IDENTITA’

in Vincenzo Matera ANTROPOLOGIA IN SETTE PAROLE CHIAVE, Sellerio, 2006

pagg. 87-102

COMUNICAZIONE

in Vincenzo Matera ANTROPOLOGIA IN SETTE PAROLE CHIAVE, Sellerio, 2006

pagg. 67-86

“Creatio est productio rei ex nihilo sui et subjecti”, Sant’Agostino

Nel mito di Adamo l’uomo vuole “uccidere dio” per impossessarsene.

Ma è altrettanto vero che, PRIMA ANCORA,  dio è il primo omicida, perchè pretende di creare l’uomo dal niente.

Pretendendo di crearlo afferma il principio che l’uomo era il nulla assoluto.

Creatio est productio rei ex nihilo sui et subjecti ” dice Sant’Agostino

Traduco alla buona: “la creazione è produzione della cosa da un precedente niente sia di se stesso che di ogni oggetto“.

La parola “creazione” vuole, dunque, imporre la totale inesistenza dell’ “essere” (e quindi del mondo) prima della sua produzione da parte di dio.

La nozione di creazione pone l’accento sul NULLA del punto di partenza (“ex nihilo“) dell’azione creatrice.

Ecco perchè Emanuele Severino indica che tutte le religioni partecipano delle visioni nichiliste.

Ben prima di Nietzsche

CULTURA

in Vincenzo Matera ANTROPOLOGIA IN SETTE PAROLE CHIAVE, Sellerio, 2006

pagg. 44-66

ANTROPOLOGIA

in Vincenzo Matera ANTROPOLOGIA IN SETTE PAROLE CHIAVE, Sellerio, 2006

pagg. 13-20

Riflessione frammentaria dopo due colpi di terremoto. Emanuele Severino: “L’uomo trova un riparo nelle proprie abitazioni non perché riceva da esse certe prestazioni, ma perché è il loro essere simbolo dell’Eterno che consente loro di fornirle. E’ perchè le costruisce in modo che siano simbolo dell’Eterno che egli, abitandole, si sente al riparo”

Due scosse di terremoto, con epicentro nella valla padana.

Abbiamo sentito quella di questa notte alle 4.10 (dicono anticipata alla 1.00) e un’altra, poco fa, alle 15.18

Affronto l’angoscia con queste parole dei Emanuele Severino:

Nella tradizione dell’Occidente la città, la casa, il tempio, il teatro, lo stadio, la chiesa, il castello non vogliono esistere in eterno, e tuttavia vogliono rispecchiare l’Ordinamento eterno del mondo e quindi intendono essere il meno caduchi possibile e presentarsi essi stessi con una certa aura di eternità.

Volendo rispecchiare l’Ordinamento eterno del mondo, vogliono esserne il simbolo.

L’uomo trova un riparo nelle proprie abitazioni non perché riceva da esse certe prestazioni, ma perché è il loro essere simbolo dell’Eterno che consente loro di fornirle.

E’ perchè le costruisce in modo che siano simbolo dell’Eterno che egli, abitandole, si sente al riparo”

da Emanuele SeverinoTecnica e Architettura”, Raffaello Cortina Editore

la citazione è tratta da qui:

http://www.de-architectura.com/2008/06/eseverino-e-nsalingaros-due-visioni.html

Oriana Fallaci, dal Prologo di UN CAPPELLO PIENO DI CILIEGE

dal Prologo di UN CAPPELLO PIENO DI CILIEGE:

Ora che il futuro s’era fatto corto e mi sfuggiva di mano con l’inesorabilità della sabbia che cola dentro una clessidra, mi capitava spesso di pensare al passato della mia esistenza: cercare lì le risposte con le quali sarebbe giusto morire. Perché fossi nata, perché fossi vissuta, e chi o che cosa avesse plasmato il mosaico di persone che da un lontano giorno d’estate costituiva il mio Io. Naturalmente sapevo bene che la domanda perché-sono-nato se l’eran già posta miliardi di esseri umani ed invano, che la sua risposta apparteneva all’enigma chiamato Vita, che per fingere di trovarla avrei dovuto ricorrere all’idea di Dio. Espediente mai capito e mai accettato. Però non meno bene sapevo che le altre si nascondevano nella memoria di quel passato, negli eventi e nelle creature che avevano accompagnato il ciclo della formazione, e in un ossessivo viaggio all’indietro lo disotterravo: riesumavo i suoni e le immagini della mia prima adolescenza, della mia infanzia, del mio ingresso nel mondo. Una prima adolescenza di cui ricordavo tutto: la guerra, la paura, la fame, lo strazio, l’orgoglio di combattere il nemico a fianco degli adulti, e le ferite inguaribili che n’erano derivate. Un’infanzia di cui ricordavo molto: i silenzi, gli eccessi di disciplina, le privazioni, le peripezie d’una famiglia indomabile e impegnata nella lotta al tiranno, quindi l’assenza d’allegria e la mancanza di spensieratezza. Un ingresso nel mondo del quale mi sembrava di ricordare ogni dettaglio: la luce abbagliante che di colpo si sostituiva al buio, la fatica di respirare nell’aria, la sorpresa di non star più sola nel mio sacco d’acqua e condivider lo spazio con una folla sconosciuta. Nonché la significativa avventura di venir battezzata ai piedi d’un affresco dove, con uno spasmo di dolore sul volto e una foglia di fico sul ventre, un uomo nudo e una donna nuda lasciavano un bel giardino pieno di mele: la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre, dipinta da Masaccio per la Chiesa del Carmine a Firenze. Riesumavo in ugual modo i suoni e le immagini dei miei genitori, da anni sepolti sotto un’aiola profumata di rose. Li incontravo ovunque. Non da vecchi cioè quando li consideravo più figli che genitori, sicché a sollevare mio padre per posarlo su una poltrona e a sentirlo così lieve e rimpicciolito e indifeso, a guardarne la testolina tenera e calva che si appoggiava fiduciosamente al mio collo, mi pareva di tenere in braccio il mio bambino ottuagenario. Da giovani. Quando eran loro a sollevarmi e a tenermi in braccio. Forti, belli, spavaldi. E per qualche tempo credetti d’avere in pugno una chiave che apriva qualsiasi porta. Ma poi m’accorsi che ne apriva alcune e basta: né il ricordo della prima adolescenza e dell’infanzia e dell’ingresso nel mondo né gli incontri coi due giovani forti e belli e spavaldi potevan fornire tutte le risposte di cui avevo bisogno. Superando i confini di quel passato andai in cerca degli eventi e delle creature che lo avevano preceduto, e fu come scoperchiare una scatola che contiene un’altra scatola che ne contiene un’altra ancora all’infinito. E il viaggio all’indietro perse ogni freno.
Un viaggio difficile in quanto era troppo tardi per interrogare chi non avevo mai interrogato. Non c’era più nessuno. Restava solo una zia novantaquattrenne che alla preghiera dimmi-zia-dimmi mosse appena le pupille annebbiate e mormorò: «Sei il postino?». Con la zia ormai inutile, il rimpianto d’una cassapanca cinquecentesca che per quasi due secoli aveva custodito la testimonianza di cinque generazioni: antichi libri tra cui un abbaco e un abbecedario del Settecento, rarissimi fogli tra cui la lettera d’un prozio arruolato da Napoleone e sacrificato in Russia, preziosi cimeli tra cui una federa gloriosamente macchiata da una frase indimenticabile, un paio d’occhiali e una copia del Beccaria con la dedica di Filippo Mazzei. Cose che ero riuscita a vedere prima che finissero in cenere, una terribile notte del 1944. Con la cassapanca perduta, qualche oggetto salvato per caso: un liuto privo di corde, una pipa d’argilla, una moneta da quattro soldi emessa dallo Stato Pontificio, un vetusto orologio che stava nella mia casa di campagna e che ogni quarto d’ora suonava i rintocchi della campana di Westminster. Infine, due voci. La voce di mio padre e la voce di mia madre che narravano le storie dei rispettivi antenati. Divertita ed ironica quella di lui, sempre pronto a ridere anche sulla tragedia. Appassionata e pietosa quella di lei, sempre pronta a commuoversi anche sulla commedia. Ed entrambe talmente remote nella memoria che la loro consistenza appariva più tenue d’una ragnatela. A evocarle di continuo, però, e a connetterle col rimpianto della cassapanca o coi pochi oggetti salvati, la ragnatela si irrobustì. Si infittì, si fece un solido tessuto, e le storie crebbero con tanto vigore che a un certo punto mi divenne impossibile stabilire se appartenessero ancora alle due voci oppure se si fossero trasformate in un frutto della mia fantasia. Era esistita davvero la leggendaria arcavola senese che aveva avuto il coraggio di aggredire Napoleone, era esistita davvero la misteriosa arcavola spagnola che s’era sposata esibendo un veliero alto quaranta centimetri e lungo trenta sulla parrucca? Era esistito davvero il dolce arcavolo contadino che spingeva il fervore religioso fino a flagellarsi, era esistito davvero il rude arcavolo marinaio che apriva bocca solo per bestemmiare? Erano esistiti davvero i bisnonni maledetti cioè la repubblicana Anastasìa il cui nome portavo come secondo nome e l’aristocraticissimo signore di Torino il cui nome, troppo illustre e troppo potente, non si doveva nemmen pronunciare per ordine della nonna? E l’avevano davvero abbandonata in un ospizio di orfanelli questa povera nonna concepita dalla loro furibonda passione? Non lo sapevo più. Ma nel medesimo tempo sapevo che quei personaggi non potevano essere un frutto della mia fantasia perché li sentivo dentro di me, condensati nel mosaico di persone che da un lontano giorno d’estate costituivano il mio Io, e portati dai cromosomi che avevo ricevuto dai due giovani forti e belli e spavaldi. Le particelle d’un seme non sono forse identiche alle particelle del seme precedente? Non ricorrono forse di generazione in generazione, perpetuandosi? Nascere non è forse un eterno ricominciamento e ciascuno di noi il prodotto d’un programma fissato prima che incominciassimo, il figlio d’una miriade di genitori?

DA: Un cappello pieno di ciliege – Libro – Oriana Fallaci.

Emanuele Severino su IL DIRITTO NATURALE E LA SFIDA DELLA DEMOCRAZIA PLURALISTICA al Convegno IL DIRITTO NELL’ETA’ DELLA TECNICA, sessione del 17 maggio 2012

Emanuele Severino, La legna e la cenere in L’IDENTITA’ DELLA FOLLIA, lezioni veneziane, Rizzoli, 2007, pagg. 219-240

Emanuele Severino, La legna e la cenere

in L’IDENTITA’ DELLA FOLLIA, lezioni veneziane, Rizzoli, 2007, pagg. 219-240

Giorgio Caproni, Quando non sarò più …

Quando non sarò più in nessun dove

e in nessun quando, dove

sarò, e in che quando?

 

Giorgio Caproni

Convegno di studi IL DESTINO DELL’ESSERE Dialogo con (e intorno al pensiero di) Emanuele Severino 29-30 maggio 2012 Aula Magna Silvio Trentin – Ca’ Dolfin Dorsoduro 3825/e – Venezia, Locandina con i programma

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Locandina del Convegno

CONVERSARE SULLA CENTRALITA’ DELLA FILOSOFIA PER IL NOSTRO TEMPO ATTRAVERSO LA VOCE DI EMANUELE SEVERINO. Incontro con Paolo Ferrario, Como, 15 maggio 2012, ore 21. Audio ascoltati e Grafici

All’origine di questa serata di conversazione c’è questo invito di Anna e Alessandro:

CIAO A TUTTI,

E’ NATO CON MOLTA SPONTANEITA’ IL DESIDERIO DI UN INCONTRO CON L’AMICO PAOLO FERRARIOAPPASSIONATO ESTIMATORE DEL FILOSOFO EMANUELE SEVERINO. CON ALESSANDRO ABBIAMO CONTEMPORANEAMENTE MATURATO L’INTERESSE DI INVITARLO NEL NOSTRO GRUPPO A TESTIMONIARCI IL SUO  TIPO DI APPROCCIO CON LA FILOSOFIA.

L’INCONTRO, SECONDO NEL MESE , E’ PROPOSTO PER MARTEDI’ 15 MAGGIO ALLE H.21.00, A CASA MIA.

L’OCCASIONE E’ PARTICOLARE DATA LA MOLTEPLICITA’ D’INTERESSI, LA CURIOSITA’ E LA RICERCA DI TIPO ESISTENZIALE DELL’AMICO PAOLO.

PREMESSA
Per dare subito l’idea dei TEMI DI FONDO e del LINGUAGGIO ho proposto questo suo frammento di testo:
E’ quindi inevitabile che, da che nasce, l’uomo avverta come prioritario l’andare alla ricerca di un Rimedio, di un Riparo che gli consenta di sopportare o addirittura di vincere l’angoscia, la sofferenza, la morte. Nascere è avvertirle da subito, sia pur confusamente. Lo scopo essenziale, fondamentale di ogni forma di civiltà e di cultura è il continuo potenziamento del Riparo. Ogni gesto, azione, pensiero, affetto della vita quotidiana è sin dalla nascita un’espressione della volontà di essere al Riparo, cioè della volontà di potenza e di salvezza. Anche un bambino che un pomeriggio dalla luce grigio-previnca che precede il temporale sta sotto al tavolo grande della cucina ad aspettare un estraneo si sta mettendo a quel Riparo.
da Emanuele Severino, IL MIO RICORDO DEGLI ETERNI, autobiografia, Rizzoli, 2011, pag.49/50
La conversazione si è sviluppata attraverso questi punti-chiave:
Tonalità “affettiva” della serata: un comune atteggiamento di ricerca
• Il mio personale rapporto con il pensiero di Emanuele Severino e, dunque con la filosofia: l’esperienza di un “prevecchio”, senza una formazione liceale
Chi è Emanuele Severino (o, come direbbe lui, “chi crede di essere”)
• La via più facile per la ricerca:
–la voce, i video, gli audio
–L’autobiografia IL MIO RICORDO DEGLI ETERNI. Rizzoli, 2011
La lezione di Pistoia, 2010
Cosa è la “filosofia” e perché è cruciale per le persone e per i popoli
cosa si può apprendere:
– un metodo rigoroso
– la ricerca del “sottosuolo della storia” (la “struttura”)
– ciò che caratterizza la vita delle persone singole e dei popoli lungo l’arco di tempo che va  dall’antica Grecia a oggi e al futuro…
CHI E’ EMANUELE SEVERINO
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Un esempio di metodo: l’affabilità nello stabilire il rapporto con coloro che ascoltano ed il rigore nell’uso delle parole:

 

COSA E’ LA FILOSOFIA E
LA SUA CRUCIALITA’ PER LA VITA DELLE PERSONE E DEI POPOLI
 ascolta:
 ascolta:
ascolta:
Nella lingua greca “thauma” rimanda a qualcosa di minaccioso, di inquietante
Omero, ad esempio, descrive Polifemo come “un mostro che incita paura (thauma)”.
Questa parola greca, che Aristotele pone all’inizio della filosofia,
sta a significare anzitutto
– lo sgomento ancestrale nello scoprire il divenire di tutte le cose,
– la paura di fronte alla consapevolezza che il mondo, e noi con lui, è sottoposto ad un ciclo continuo di nascita e di morte,
– la volontà di trovare un rimedio alla fine, al nostro scivolare nel nulla.

DISCUSSIONE

Abbiamo parlato di:

RIMEDIO

FEDE E FILOSOFIA

delle ragioni del suo allontanamento dalla Università Cattolica

del rapporto di “anima” con la moglie Esterina

CONCLUSIONE

Con bellissima voce e dizione, una componente del gruppo ha letto l’inizio del libro IL MIO RICORDO DEGLI ETERNI

Infine ci siamo salutati e detti che, forse, ci sarà un altro incontro.

In futuro

“Del tragico Amore” (proseguimento de “La struttura concreta dell’infinito”), di Marco Pellegrino

e in data 16 novembre , Marco pellegrino annuncia la sua prossima riflessione:

vai a: http://marcopellegrino.blogspot.it/2013/11/su-le-materie-prime-della-coscienza.html?spref=fb

“Del tragico Amore” (proseguimento de “La struttura concreta dell’infinito”)

Titolo: Del tragico Amore

Editore: Youcanprint

Pagine: 421

Di prossima pubblicazione

INDICE

Prefazione

 

Prologo

Dialogo tra me e me

Avvertenza

 

PARTE PRIMA

 

INTRODUZIONE. Da La struttura concreta 

dell’infinito a Del tragico Amore

 

CAPITOLO PRIMO. Richiami e delucidazioni sulle tematiche principali sviluppate ne La struttura concreta dell’infinito

1.    Richiamo generale: le stanze della casa infinita dell’essere

2.    L’intenzione di indicare la verità e l’autentico significato della <<filosofia>>

3.   Identità e differenze semantiche tra termini: l’<<essere>> è l’<<apparire>> cioè l’<<eternità>> (<<totalità>>, <<infinito>>, <<felicità>>, etc.), distinti e legati alla <<parte>> identica al <<tempo>> cioè al <<luogo>>(<<finitezza>>, <<nascita e morte>>, <<sofferenza>>, etc.)

4.   Trascendenza infinita e finitezza diveniente; numerabilità delle parti in relazione al primo e all’ultimo evento dell’infinito; la coscienza altrui

5.    Il significato autentico della contraddizione è negazione dell’esistenza della <<contraddizione C>>

 

CAPITOLO SECONDO. Del tragico Amore risponde alle domande de La struttura concreta dell’infinito

 

1.    Il prevalere del Tutto si lascia alle spalle il prevalere della parte

2.    Tragicità modale dell’Amore coscienziale: dalla Prima Volta al Ritorno

3.    Prima della nascita e dopo la morte: i <<passaggi>> e il Passaggio <<centrale>>

4.    Rapporto tra il percorso finito del Tutto e la <<storia dell’uomo>>

5.    Ripresa della metafora del <<libro>> e delle sue <<pagine>>

 

APPENDICI (ALL’INTRODUZIONE)

 

APPENDICE PRIMA. Il linguaggio ultimo di Severino

 

Breve sintesi de La morte e la terra

 

APPENDICE SECONDA. Tra il <<personale>> e l’infinito, tra Severino e l’Occidente

 

Risposta ad alcune domande di Alessandro Bagnato

 

APPENDICE TERZA. Tra il mio linguaggio filosofico e quello di Severino

 

Discussione con Roberto Fiaschi

 

APPENDICE QUARTA. Delucidazioni sul par. 2 del cap. I de La struttura concreta dell’infinito: <<Il segno è oltrepassato da ciò di cui esso è il segno>>

 

Confronto con Pietro De Luigi

 

APPENDICE QUINTA. La <<classe>>, l’<<inclusione>>, la <<parte>>: tra Gödel, Strumia e Russell (e altri ancora)

 

Una replica ad altre interessanti osservazioni di De Luigi

 

 

PARTE SECONDA

 

PARTE CENTRALE: SVILUPPO ANALITICO. La Prima Volta, il Passaggio e il Ritorno: amarsi dall’Inizio alla vita dell’Ultimo

 

CAPITOLO PRIMO. L’eternità del movimento: oltre i malintesi provocati dal linguaggio

 

1.     Precisazione sulle differenze linguistiche

2.     Delucidazione intorno all’identità semantica tra la differenza di Tutto-parte e la differenza tra le parti

3.     Sui termini <<eternamente>> e <<temporalmente>>

 

CAPITOLO SECONDO. La <<vita>> e la numerabilità dei modi in cui l’infinito è infinito

 

1.     L’equilibrio strutturale tra gli squilibri: la relazione tra il prevalere del finito e il prevalere dell’infinito

2.     Domandare e rispondere

3.     I modi in cui <<questa mia vita>> si distingue ed è unita ad <<ogni altra vita>>

4.     Noi siamo la totalità delle <<vite>>: il rinvio dei <<modi>> non si prolunga in indefinitum

 

CAPITOLO TERZO. Il cammino della Prima Volta: l’Inizio e il prevalere del dolore della morte

 

1.     La vita dell’Inizio

2.     I <<passaggi>> e la morte; diacronie e sincronie

3.     Passare da una vita all’altra del tracciato della Prima Volta: la morte come un <<prender fiato>>

4.     Non leggere i segni: dimenticanza del passato e imprevedibilità del futuro

5.     Ascesa senza saliscendi: la scala perfetta dell’infinito

6.     La Prima Volta: dalla paura alla depressione

 

CAPITOLO QUARTO. Il Passaggio e la via del Ritorno: il prevalere dell’Amore

 

1.     Il Passaggio: rimembrare il passato ed annunciare il futuro

2.     Libera necessità di essere il tragico Amore

3.     Il Ritorno: il riaffiorare di tutti gli eterni della Prima Volta

4.     Il valore autentico di ogni cosa: gioire soffrendo

5.     Verso la vita dell’Ultimo

6.     Aporia e soluzione

PARTE TERZA

POSTILLE. Confronto tra Del tragico Amore e La morte e la terra; su Severino: impossibilità dell’<<istante>> della morte

CAPITOLO PRIMO. Richiami e approfondimenti sulla confutazione dell’impianto logico che ha condotto Severino alle conseguenze de La morte e la terra

 

1.     L’inevitabile <<sopraggiungente inoltrepassabile>> e l’oltrepassamento autentico di ogni oblio

2.     Identità e differenza tra l’Io della verità e l’io dell’errore

3.     Il vero senso del Tutto infinito

CAPITOLO SECONDO. <<Reincarnarsi>> <<risorgere>> nella verità del tragico Amore e negazione degli infiniti <<istanti>> del morire

 

1.     Inattuabilità dell’<<istante senza attesa>> e il presupposto sbagliato della <<contraddizione C>>

2.   Necessità dell’autentico senso della <<resurrezione>>, della <<reincarnazione>> e delle <<vite precedenti e successive>>

3.     Ancora sulla contraddittorietà di quell’<<istante>>. Impossibilità dell’<<Indecifrabile>>

4.     <<Questa nostra vita>> è vissuta, in verità, dall’Io infinito: negazione delle <<simultaneità>> cui si rivolge Severino

5.     Nel prevalere dell’Amore il dolore rimane; la <<Gloria della Gioia>> come sublime vanagloria

Epilogo

Ripresa del <<Prologo>>

Conclusioni

Glossario

Note bibliografiche

da Filosofare: la struttura concreta dell’infinito: “Del tragico Amore” (proseguimento de “La struttura concreta dell’infinito”).

 

Le grammatiche del pensiero, di Luca Guidetti e Giovanni Matteucci, Zanichelli 2012

vai a: Le grammatiche del pensiero.

Gianfranco Cordì, L’ORIGINE DELLA FILOSOFIA, Casa Editrice Leonida, 2011

Autore: Gianfranco Cordì

Clicca sull’immagine per ingrandirla

 

Pagine: 88
Mese/Anno: febbraio 2011
ISBN: 978-88-95880-71-6
Dimensioni: 14 x 21 cm
Prezzo: 12,00 €
Genere: Saggistica
Collana di Filosofia «Keleythos»

 

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Breve presentazione dell’opera

L’origine della Filosofia o la Filosofia dell’origine

Dove nasce la filosofia? Quando nasce la filosofia? Come nasce la filosofia? Perché nasce la filosofia? Sono solo quattro domande, ma si potrebbe tranquillamente continuare. Da quale stato di cose si origina la scienza filosofica? Se è vero che la filosofia ha una matrice Occidentale (Hegel) e altresì vero che essa germoglia in Grecia e precisamente nelle colonie greche piuttosto che – dapprincipio – ad Atene. Che cos’è la filosofia? Anche questa è una domanda non di poco conto. In Origine ed epilogo della filosofia Ortega y Gasset afferma che «la filosofia è intanto qualcosa che l’uomo fa, e che questo costituisce la sua più caratteristica condizione e attitudine». In Che cos’è la filosofia? Gilles Deleuze e Félix Guattari dicono: «La filosofia, più rigorosamente, è la disciplina che consiste nel creare concetti».
Se è così acclarato che un luogo storico lo possediamo per la nascita della filosofia (la Grecia) è altresì pacifico che noi siamo in possesso, anche, di un tempo storico per la localizzazione dello stesso evento (il VI secolo a.C.): due informazioni che rispondono alle prime due domande dalle quali eravamo partiti.
Ma… per rispondere alla terza?
Noi oggi sappiamo che la filosofia si origina quando, per ragioni storiche e antropologiche complesse, l’umanità si allontana dal mito e dalla religiosità irriflessa e si avvicina alla ragione e alla speculazione teoretica.
Con i Presocratici la filosofia va oltre il fatto e le esperienze per (ri)cercare una ragione costante, un principio, una causa, l’elemento da cui sono formate le cose.
Nello stesso tempo, questa disciplina (in)comincia formandosi come una scienza della totalità delle cose.
L’intero è l’oggetto di interesse privilegiato per la filosofia.
Essa si interroga sulle cause e sui principi di tutta quanta la realtà. 
Tale interrogazione è portata avanti con il metodo delle domande e delle risposte.
Alla sua origine, la filosofia cerca una sorgente, un seme, una radice, una base, un capo.
Alla sua origine la filosofia cerca un’origine. 
Ovverosia, quella dalla quale scaturiscono tutte quante le cose di cui è composta la realtà.
L’origine della filosofia è una filosofia dell’origine in se stessa compiuta.
Ma c’è di più.
Tale filosofia dell’origine costituisce l’atto di nascita di una disciplina completamente nuova.
La filosofia, appunto.
I Presocratici, infatti, costruiscono un mondo di congetture e di pensieri intorno alla totalità delle cose del mondo. Alcuni si asprimono in forma poetica altri usano la forma prosastica.
Essi, per la prima volta nella storia, si lasciano dietro le spalle le religioni, i miti e la tradizione.
Il loro statuto è quello di amanti del sapere piuttosto che quello di sapienti tout court. 
Filosofia diventa perciò propriamente amore del sapere.
Dicono ancora Deleuze e Guattari: «Il tempo filosofico è quindi un grandioso tempo di coesistenza, che non esclude il prima il dopo, ma li sovrappone in un ordine stratigrafico. È un divenire infinito della filosofia, che interseca ma non si confonde con la sua storia. La via dei filosofi, e anche la parte più marginale della loro opera, obbediscono a leggi di ordinaria successione; ma i loro nomi propri coesistono e brillano, sia come punti luminosi che ci fanno riattraversare le componenti di un concetto, sia come punti cardinali di un foglio o di uno strato che non cercano di ritornare fino a noi, come la luce delle stelle morte, più viva che mai. La filosofia è divenire, non storia; è coesistenza di piani, non successione di sistemi». E Ortega: «Filosofia è un fare dell’uomo. Un fare della specie “conoscenza”. Quel tipo di “conoscenza” che comincia con una domanda essenziale o per l’essere delle cose. L’essere della cosa non è la cosa. La cosa sta qui. L’essere no. Siccome non è qui bisogna cercarlo, e questa ricerca è la conoscenza: la domanda annuncia ed inizia un cercare».
La filosofia dell’origine è anzitutto una ricerca.
Una ricerca della verità (alètheia).
I Presocratici non si fermano davanti al mero dato di fatto come fa invece la scienza.
Essi vanno oltre; alla ricerca appunto dell’origine.
Per questo la loro speculazione è già una filosofia dell’origine.
E la filosofia stessa si configura come scienza di ciò che sta al di là delle cose. Nel profondo. 
La filosofia si origina quindi come filosofia dell’origine.
Di fronte allo spettacolo della realtà il filosofo Presocratico indaga la causa di tutto quel che ha davanti. Ma l’origine delle cose era la loro natura; cioè da cui esse derivavano.
La filosofia dei Presocratici si pone quindi fin da subito una domanda intorno al «che cos’è?».
Qual è la costituzione di questa cosa che ho qui davanti?
Essa indaga sulla verità delle cose e non sulla loro apparenza fenomenica.
La filosofia dell’origine è dunque un’interrogazione razionale che supera la realtà e il mondo effettuale.
Ogni cosa possiede una sua verità.
Il filosofo Presocratico indaga infatti il principio di ogni cosa.
Egli si chiede: che cosa ho davanti a me veramente?
In questo senso: l’origine della filosofia è un concreto oltrepassamento della presbiopia della realtà. Per giungere a una filosofia dell’origine in sé compiuta che prefigura e preannuncia il vero mondo sopra e dopo quello delle cose reali. Il mondo che sta dall’altra parte, il mondo dei principi, il mondo della generazione. L’origine della filosofia è dunque un’interrogazione sui principi, sulle cause, sulle scaturigini. La filosofia dell’origine, in forma di sentenza, di poema o di opinione, sarà dunque il risultato di tale interrogare. E, nello stesso tempo, rappresenterà l’origine di una disciplina che si farà una grande strada nella storia della cultura e dell’umanità dei secoli successivi.

 

da Casa Editrice Leonida.

PHILOSOPHIA, Il cammino del pensiero, estratti dai Video del Corriere della Sera, a cura di http://www.filosofia.it

PHILOSOPHIA Il cammino del pensiero – collana dvd

 

PHILOSOPHIA. Il cammino del pensiero. Una collana in dvd sulla storia della filosofia

videovideo 1. La nascita della filosofia
videovideo 2. Pitagora
videovideo 3. Eraclito
videovideo 4. Parmenide
videovideo 5. I sofisti
videovideo 6. Socrate
videovideo 7. Platone teoretico
videovideo 8. Platone politico
videovideo 9. Aristotele Etica
videovideo 10. Aristotele Metafisica

JEAN LUC NANCY, intervista realizzata dall’Associazione ASIA in occasione del Festival della Filosofia di Modena 2010

EMANUELE SEVERINO, «L’UMANITÀ DELLA TECNICA È LA MORTE DELL’UOMO» Al «Teatro Carani» di Sassuolo, 2006, a cura di Gianfranco Cordì – Filosofia.it

EMANUELE SEVERINO

«L’UMANITÀ DELLA TECNICA È LA MORTE DELL’UOMO»

a cura di Gianfranco Cordì

Al «Teatro Carani» di Sassuolo si tiene l’ultima Lezione Magistrale di questa sesta edizione del «Festivalfilosofia» di Modena prevista originariamente in Piazza. La lezione è stata spostata nella sala del teatro «Carani» a causa della pioggia caduta su Sassuolo fin dalla mattina.

Il titolo della Lezione è «L’essenza della tecnica» e a parlare è Emanuele Severino.

Per l’intero articolo vai a:  L’umanità della tecnica è la morte dell’uomo – Filosofia.it.

Emanuele Severino: “il tempo che stiamo vivendo, non è un tempo fatto di semplice scetticismo. Esso è fondazione dell’impossibilità di un Ordinamento Assoluto quale è appunto quello proposto dal passato” – a cura di Gianfranco Cordì, in Filosofia.it

Quando si parla di ateismo ci sono parecchi atteggiamenti ateisti che bisogna considerare. Dall’ateismo “di strada” su su salendo fino a forme sempre più rigorose di ateismo. Oggi, i popoli Occidentali prevalentemente, si stanno allontanando da Dio. E in maniera anche massiccia. Ma questo atteggiamento – facciamo attenzione – può essere altrettanto dogmatico dell’atteggiamento opposto: di tutti coloro che vogliono rimanere fedeli a Dio. Esiste una piramide. Dall’ateismo di strada a salire passando per atteggiamenti e modi di comportamento nei quali viene manifestata una crescente forza di negazione della tradizione, del passato. Ed è certamente diversa la negazione di strada del divino dalla negazioneincontrovertibile del divino. Il vertice della piramide per me è costituito dallafilosofia degli ultimi due secoli. Sicché l’autentico nemico dell’Islam non è l’Occidente ma è appunto l’ateismo stesso. E non l’ateismo nella sua forma diffusa (attraverso i vari strati della piramide). Ma quell’atteggiamento che mostra (in sé stesso) l’impossibilità di qualsiasi adesione al passato.

Il nostro tempo, il tempo che stiamo vivendo, non è un tempo fatto di semplice scetticismo. Esso è fondazione dell’impossibilità di un Ordinamento Assoluto quale è appunto quello proposto dal passato. 

da L’umanità della tecnica è la morte dell’uomo – Filosofia.it.

Presentazione del volume L’ORIGINE DELLA FILOSOFIA di Gianfranco Cordì, Leonida Edizioni

CONVERSARE ATTRAVERSO LA VOCE DI EMANUELE SEVERINO. Incontro con Paolo Ferrario, Como, 15 maggio 2012, ore 21

ECCO, PAOLO, E’ TUTTO MOLTO SEMPLICE E MOLTO SPONTANEO. TUTTI , ANCHE I TITUBANTI PER CARATTERE, MI HANNO RISPOSTO CON UN SI’ DECISO!
SCUSAMI SE NON TE L’HO MANDATO SUBITO, NON HO DATO IMPORTANZA ALLA MIA COMUNICAZIONE MA AL TUO INTERVENTO/TESTIMONIANZA.
CIAO,
4.O5.’12
CIAO A TUTTI,
E’ NATO CON MOLTA SPONTANEITA’ IL DESIDERIO DI UN INCONTRO CON L’AMICO PAOLO FERRARIO, APPASSIONATO ESTIMATORE DEL FILOSOFO EMANUELE SEVERINO.
CON … ABBIAMO CONTEMPORANEAMENTE MATURATO L’INTERESSE DI INVITARLO NEL NOSTRO GRUPPO A TESTIMONIARCI IL SUO  TIPO DI APPROCCIO CON LA FILOSOFIA.
L’INCONTRO, SECONDO NEL MESE , E’ PROPOSTO PER MARTEDI’ 15 MAGGIO ALLE H.21.00, A CASA MIA.
L’OCCASIONE E’ PARTICOLARE DATA LA MOLTEPLICITA’ D’INTERESSI, LA CURIOSITA’ E LA RICERCA DI TIPO ESISTENZIALE DELL’AMICO PAOLO.
PER RAGIONI ORGANIZZATIVE VI CHIEDO DI DARMI LA VOSTRA RISPOSTA ENTRO IL 2 DI MAGGIO IN OCCASIONE DEL NOSTRO PROSSIMO INCONTRO.
Vi ndico, di seguito, il link di Paolo Ferrario, in caso voleste visitarlo:
.
  chi “credo” di esserePaolo Ferrario (1948 – ), NON pensionato
Per contatti internettiani: Twitter  –  Linkedin  –  FaceBook

 CHIUDO QUESTO INVITO CON UNA PAROLA ”CHIAVE” ADATTA AD ENTRARE UN POCO NEL MONDO DEL LINGUAGGIO DI SEVERINO, SELEZIONATA  DA PAOLO  PER NOI:       

…………..     E’ quindi inevitabile che, da che nasce, l’uomo avverta come prioritario l’andare alla ricerca di un Rimedio, di un Riparo che gli consenta di sopportare o addirittura di vincere l’angoscia, la sofferenza, la morte. Nascere è avvertirle da subito, sia pur confusamente.

Lo scopo essenziale, fondamentale di ogni forma di civiltà e di cultura è il continuo potenziamento del Riparo. Ogni gesto, azione, pensiero, affetto della vita quotidiana è sin dalla nascita un’espressione della volontà di essere al Riparo, cioè della volontà di potenza e di salvezza. Anche un bambino che un pomeriggio dalla luce grigio-previnca che precede il temporale sta sotto al tavolo grande della cucina ad aspettare un estraneo si sta mettendo a quel Riparo.

Emanuele Severino, IL MIO RICORDO DEGLI ETERNI, autobiografia, Rizzoli, 2011, pag.49/50

SALVATORE NATOLI fornisce alcune chiavi di accesso al PENSIERO FILOSOFICO DI EMANUELE SEVERINO, AUDIO in Radio Svizzera/Laser, 2012

Salvatore Natoli fornisce alcune chiavi di accesso al pensiero filosofico di Emanuele Severino,

Audio estratto  da: Colloquio in quattro tappe con Emanuele Severino, a cura di Antonio Ria,

Televisione Svizzera, Programma LASER, RSI Rete 2, 30 aprile -3 maggio 2012


 

  • Vai al file Mp3 per ascoltare l’audio:

Salvatore Natoli: alcune chiavi interpretative della filosofia di EMANUELE SEVERINO


 

Emanuele Severino: l’immagine della LEGNA e la CENERE

Per Emanuele Severino, «la morte non è annientamento. 

Nell’eterno apparire del tutto, in cui l’uomo consiste, la morte è il passaggio da uno spettacolo dove gli eterni costituiscono ciò che chiamiamo “vita” allo spettacolo degli eterni che oltrepassano l’alienazione del vivere (…).

Non può essere l’annientamento di alcunché di ciò che un uomo è stato. Ecco lì il cadavere: si crede che esso sia la prova… “vivente” dell’annientamento della vita.

Ma il cadavere non è l’apparire dell’annientamento del corpo vivente, non appare che il corpo vivente sia diventato niente. Ma dopo l’apparire del corpo vivente appare il cadavere. L’esperienza, di fronte alla quale tutti, più o meno consapevolmente, si tolgono il cappello, non mostra l’annientamento delle cose.

Ho sempre usato per chiarire un poco queste affermazioni la metafora della legna e della cenere: la legna sta al vivente come la cenere sta al cadavere. La cenere è il cadavere della legna. Ma quando si esperisce la cenere, non si esperisce l’annientamento della legna. Quando si esperisce la cenere, questo esperire è il compimento di una serie di esperienze in cui appare la legna spenta, poi la legna accesa, poi la legna meno accesa, poi il suo cadavere, la cenere»

da Emanuele Severino, i re e i mendicanti | I Fatti del Molise.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Pierre Bayard (2007), Come parlare di un libro senza averlo mai letto, Excelsior 1881, Milano (traduzione di Anita Maria Mazzoli) | dal blog di TartaRugosa

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Pierre Bayard (2007)

Come parlare di un libro senza averlo mai letto

Excelsior 1881, Milano

(traduzione di Anita Maria Mazzoli)

Non leggo mai libri che devo recensire; non vorrei rimanerne influenzato(Oscar Wilde)

E’ stata una frase che mi ha fatto sobbalzare, guscio compreso.

Che vengo qui a fare, se non per raccontare a modo mio quel che leggo? Per una tartaruga lenta come me, c’è voluto un po’ di tempo per capire come si fa a parlare di qualcosa che non si conosce in maniera erudita, appropriata e soprattutto convincente per chi ascolta. Bayard non mi ha convinto del tutto, ma in alcune parti del suo ragionamento sì, eccome.

Ecco gli assiomi della non-lettura, secondo l’autore:

1)     Avere una visione d’insieme

principio fondamentale perché “leggere un libro intero è una perdita di tempo … e l’interesse troppo vivo per un libro porta ad escludere tutti gli altri”. Questo assioma è molto rassicurante per un’ossessiva come me, che quando si trova a tu per tu con un libro non perde una riga, note comprese (il che rallenta ulteriormente il mio tempo). Oltretutto l’impresa è a dir poco gigantesca. Pur leggendo poco, un numero sempre maggiore di persone scrive, e inseguire il ritmo non è facile, soprattutto quando la pila di libri si accatasta, l’altezza diventa vertiginosa e il rischio del crollo rasenta la mia sicurezza. A quel punto, inspiegabilmente, TartaRugoso provvede a ristabilire livelli di accettabilità e, per il motto “Occhio non vede, cuore non duole” posso finalmente riprendere la mia abitudine di dedicarmi ad un unico testo, senza troppo soffrire per la perdita. Devo cambiare però abitudine, perché Bayard sostiene che la cultura è soprattutto una questione di orientamento: “non aver letto un libro non ha alcuna importanza per la persona colta … perché è spesso in grado di conoscerne la collocazione, vale a dire il modo in cui si situa rispetto agli altri libri”.

La non-lettura diventa quindi “una vera e propria attività, che consente nell’organizzarsi in proporzione alla vastità dei libri, al fine di non lasciarsi sommergere da essi”. Conoscere la relazione che un libro ha con altri libri significa saperne di più che averlo letto.

2)     Orientarsi rapidamente all’interno di un libro

Secondo l’autore, sfogliare i libri senza leggerli evita di perdersi nei dettagli e “qualsiasi lettura troppo attenta, se non addirittura qualunque lettura, è un impedimento al possesso approfondito del suo oggetto”. A questo punto suggerisce due tecniche per lo sfogliare:

– lineare: si parte dall’inizio, si saltano righe e pagine e ci si dirige verso la fine

– circolare: lo sfogliare è disordinato, si saltella da una parte all’altra del libro e non se ne conclude la lettura

Questi modi di procedere sono molto più efficaci di chi passa magari ore infinite su un libro, decidendo poi di non concluderne la lettura

3)  Sentire cosa gli altri ne dicono

Moltissimi libri di cui siamo portati a parlare non sono mai passati effettivamente per le nostre mani, ma il modo in cui gli altri ce ne parlano, ci permette di farci un’idea di ciò che contengono”.

Passato il primo momento di sbigottimento, devo ammettere che alcune osservazioni sono valide, in quanto le ho potuto direttamente verificare suTartaRugoso, che si è molto rinforzato nel suo stile dopo questa lettura. In effetti per lui questi tre assiomi funzionano alla grande. Nella visione d’insieme delle librerie, lui sa sempre al primo colpo dove si colloca un testo, quali gli stanno accanto, l’argomento che tratta, nonché, spesso, la casa editrice e l’anno di pubblicazione.

Per il secondo punto, basta che io prenda un libro precedentemente letto (non letto??) da lui per notare quanto segue: sottolineature, parole  chiave a margine, asterischi nelle prime pagine, poi il testo torna ad essere intonso per rivivacizzarsi alla fine. Elementi più che sufficienti per parlare del contenuto per ore.

Quanto al terzo assioma, ho ancora nelle orecchie una sua brillante recensione di un libro corposo assolutamente non letto, ma di cui mi ero premurata io a fargli notare alcuni passaggi interessanti.

Bayard ha evidentemente ragione. Però, aggiungo io, se si tratta di un romanzo giallo, questo sistema di non leggere fa perdere tutto il fascino della scoperta dell’indizio, salvo accontentarsi di andare subito alla fine e, attraverso la quarta di copertina, assemblare sufficienti informazioni per raccontare la vicenda a chi non la conosce.

Un’altra disquisizione importante fatta da Bayard riguarda il caso della dimenticanza. Un libro può essere letto con estrema attenzione e poi dimenticato. “Non conserviamo nella nostra memoria dei libri omogenei, ma dei frammenti strappati a letture parziali, spesso mescolati gli uni agli altri, e per di più rielaborati dai nostri personali fantasmi”. Afferma, citando Montaigne, che noi dimentichiamo una percentuale altissima dei libri che abbiamo letto per davvero e in forma completa, anzi di essi ci formiamo una specie di immagine interiore costituita non tanto di quello che vi era veramente scritto, bensì di cosa ci ha suscitato nella mente.. Ecco quindi il fenomeno della de-lettura: “un movimento fatto al tempo stesso di scomparsa e di offuscamento dei riferimenti, che trasforma i libri, spesso ridotti al solo titolo o a qualche pagina approssimativa, in vaghe ombre che scivolano sulla superficie della nostra coscienza”. E anche in questo caso devo dargli ragione. L’evanescenza della memoria, dopo un po’ di anni, fa sì che nel riprendere in mano un libro si abbia la sensazione di non averlo letto, se non in alcuni passaggi che ci hanno particolarmente emozionato.

L’autore prosegue dando pure indicazioni di situazioni in cui il non-lettore deve parlare di libri che non ha letto. Quella più divertente è quando questo evento accade davanti alla persona che è autrice del libro stesso.

Molto diplomaticamente Bayard suggerisce: “parlarne bene senza entrare nei dettagli. L’autore non si aspetta affatto un riassunto o un commento argomentato dal suo libro: egli si aspetta solamente che gli si dica di avere apprezzato ciò che ha scritto”. Sarebbe comunque interessante che qualcuno si prendesse la briga di fare un elenco dei libri che per davvero vale la pena di non leggere, neppure secondo i criteri sin qui evidenziati.

Verso la fine (e questo, se uno avesse seguito le istruzioni date, avrebbe veramente risparmiato un bel po’ di tempo) si capisce la vera natura di Bayard, che oltre ad essere professore di letteratura francese, è anche psicanalista.

Non è tanto il libro come tale ad esistere, ma l’insieme di una situazione di comunicazione in cui esso circola e si modifica … è un oggetto mobile … che subisce variazioni sensibili in funzione degli scambi che si producono riguardo ad esso”.

Secondo Bayard “i libri di cui parliamo non sono solo i libri reali che un’immaginaria lettura integrale ritroverebbe nella loro materialità oggettiva, ma anche dei libri-fantasma che sorgono all’incrocio delle virtualità inespresse di ogni libro e del nostro inconscio”.

Questo significa che in ogni libro che leggiamo sarà maggiore la forza espressa dall’inconscio, piuttosto che la precisione della lettura.

Un buon lettore fa una traversata di libri, dato che sa che ciascuno di essi è portatore di una parte di se stesso e può aprirgli una strada … L’invenzione del libro di cui ci si è appropriati, in qualsiasi contesto di parola e scrittura, sarà tanto più credibile quanto più sarà condotto dalla verità del soggetto e inscritto nel prolungamento del suo universo interiore”.

Quindi una nuova forma per sviluppare creatività e immaginazione sarebbe quella di insegnare che un libro si reinventa a ogni lettura e che in ogni libro il lettore debba metterci innanzi tutto del suo.

Nessuna paura dunque a parlare con convinzione di qualcosa che “immaginiamo”: sarà la nostra abilità a renderla coerente con  il contenuto che si suppone che quel testo abbia e il gioco è fatto. Ammesso che i professori-educatori possiedano la stessa tolleranza di Bayard.

Il quale, a supporto di quanto afferma, cita opere letterarie di Musil, Valéry, Eco, Montaigne, Greene, Siniac, Murray, Lodge, Balzac, Soseki, Wilde, in una forma così dettagliata e minuziosa da contraddire se stesso.

Colloquio in quattro puntate con EMANUELE SEVERINO, a cura di Antonio Ria, Televisione Svizzera, Programma LASER, RSI Rete 2, 30 aprile -3 maggio 2012. 4 Audio

Il lungo colloquio in quattro tappe con Emanuele Severino, che Antonio Ria ha incontrato nella sua casa di Brescia, prende l’avvio dalla pubblicazione di due importanti libri: la sua autobiografia, edita da Rizzoli col titolo “Il mio ricordo degli eterni”, e “La morte e la terra”, pubblicato da Adelphi, volume che in qualche modo corona e, almeno per ora, conclude la pluriennale ricerca dell’ottantatreenne filosofo italiano, dal pensiero complesso e sorprendente, definito da Massimo Cacciari «un gigante della filosofia e l’unico filosofo che nel Novecento si possa accostare a Heidegger».

Autore quindi di opere fondamentali per la ricerca filosofica europea (fra cui “La struttura originaria”, “Essenza del nichilismo”, “Destino della necessità”, “Oltre il linguaggio”, “La Gloria”, “Oltrepassare”, “Téchne. Le radici della violenza”, “Declino del capitalismo”), Severino è professore emerito dell’Università di Venezia e attualmente insegna all’Università San Raffaele di Milano.

Negli incontri, a cui partecipa anche il filosofo Salvatore Natoli, vengono affrontati i temi del suo pensiero filosofico, intrecciato alle sue vicende biografiche: memoria e eternità, tempo e nichilismo, problema religioso e “contraddizione della fede”, “scontro con la Chiesa” e “morte di Dio”; quindi il rapporto tra destino della verità e fede, superamento della contrapposizione tra teismo e ateismo; poi critica dell’etnocentrismo e dell’alienazione (“follia estrema dell’Occidente”), e rapporto tra destino e cristianesimo; infine la riscoperta della tecnica e il collegamento fra tecnica e violenza. In sintesi, nella sua opera Severino intende mettere in questione la “fede nel divenire” entro cui l’Occidente si muove.

clicca e ascolta gli audio:

1 Audio del 30 aprile 2012: IL MIO RICORDO DEGLI ETERNI. Mp3

Audio del 1 maggio  2012

3. Audio del 2 maggio 2012

4. Audio del 3 maggio 2012

da RSI Il filosofo “errante” – Incontro con Emanuele Severino, a cura di Domenico Ria

Laser è lo storico magazine di riferimento della Rete Due per gli approfondimenti. Si occupa di personaggi e di temi nell’ambito della  società, cultura, politica, economia. Propone analisi, inchieste  con un taglio sociologico e storico e incontri con personaggi e personalità. E’ il contenitore privilegiato dei grandi reportage e audio documentari della RSI.

E’ inevitabile che, da che nasce, l’uomo avverta come prioritario l’andare alla ricerca di un Rimedio, di un Riparo che gli consenta di sopportare o addirittura di vincere l’angoscia, la sofferenza, la morte, Emanuele Severino

Il diventar altro è la morte di ciò che si è. Tale convinzione è la negazione, per lo più inconsapevole, del destino. Ed è la radice dell’angoscia e della sofferenza umana.

Propriamente, l’uomo è questa radice, (Ma noi siamo infinitamente di più dell’uomo)

E’ quindi inevitabile che, da che nasce, l’uomo avverta come prioritario l’andare alla ricerca di un Rimedio, di un Riparo che gli consenta di sopportare o addirittura di vincere l’angoscia, la sofferenza, la morte. Nascere è avvertirle da subito, sia pur confusamente.

Lo scopo essenziale, fondamentale di ogni forma di civiltà e di cultura è il continuo potenziamento del Riparo.

Ogni gesto, azione, pensiero, affetto della vita quotidiana è sin dalla nascita un’espressione della volontà di essere al Riparo, cioè della volontà di potenza e di salvezza.

Anche un bambino che un pomeriggio dalla luce grigio-previnca che precede il temporale sta sotto al tavolo grande della cucina ad aspettare un estraneo si sta mettendo a quel Riparo.

Emanuele Severino, IL MIO RICORDO DEGLI ETERNI, autobiografia, Rizzoli, 2011, pag.49/50

“NICHILISMO E DESTINO” CON EMANUELE SEVERINO | LinkedIn

“NICHILISMO E DESTINO” CON EMANUELE SEVERINO

 

Lunedi’ 23 aprile, ore 18.30, “Nichilismo e Destino” con Emanuele Severino al Circolo Filologico Milanese.

Un ciclo di incontri per scoprire l’attualità del pensiero dei grandi

filosofi di ieri.

L’ingresso è libero a partire dalle 17.30 fino a esaurimento posti

da NICHILISMO E DESTINO” CON EMANUELE SEVERINO | LinkedIn.

Enzo Bianchi, Vie di umanizzazione, da Festival della mente di Sarzana, 2011

tratto da:

FEDE E VERITA’, Video/Lezione di Emanuele Severino, da Filosofia.rai.it

Emanuele Severino, professore di filosofia teoretica presso l’Università di Venezia, in studio, risponde alle domande degli alunni del liceo Plauto di Roma sul tema “La fede e la verità”:

Le tradizioni e le nostre personalità nel tempo attuale | di Paolo Ferrario, in Muoversi Insieme, 2012

Ogni innovazione è una tradizione ben riuscita”. In questa incisiva frase di Carlo Petrini, il fondatore dell’associazione “Slow Food” e poi promotore dei meeting di Terra Madre, è contenuto in modo efficace il dilemma entro cui si sviluppano i cambiamenti dell’epoca in cui stanno vivendo le giovani e vecchie generazioni. In quest’articolo prenderemo in esame il tema della coppiatradizione/innovazione nelle loro conseguenze sulla vita quotidiana delle persone. E’ proprio in tempi di crisi come quelli che stiamo attraversando noi abitatori della vecchia Europa che si fanno più vive le domande “chi siamo ?” e “dove stiamo andando ?”   … segue

tutto l’articolo qui:

http://www.muoversinsieme.it/vivere-terza-eta/le-tradizioni-e-le-nostre-personalita-nel-tempo-attuale/

la legna fiammeggiante, le braci, la cenere, il vento che le disperde sono eterni astri dell’essere che si succedono nel cerchio dell’apparire, Emanuele Severino

“ …se il divenire non appare come annientamento, ma come l’entrare e l’uscire delle cose dal cerchio dell’apparire, allora l’affermazione dell’eternità del tutto stabilisce la sorte di ciò che scompare: esso continua a esistere, eterno, come un sole dopo il tramonto. 

Non solo la legna fiammeggiante, le braci, la cenere, il vento che le disperde sono eterni astri dell’essere che si succedono nel cerchio dell’apparire, ma anche tutte le fasi dell’albero che [nella valle ove fresca era la fonte e il giovane verde dei cespugli giocava al fianco delle calme rocce e l’etere tra i rami traluceva e quando intorno i fiori traboccavano ( Holderlin)] hanno preceduto la legna tagliata per il fuoco. 

Quando gli astri dell’essere escono dal cerchio dall’apparire, il destino della verità li ha già raggiunti e impedisce loro di diventare niente. Appunto per questo essi, TUTTI, POSSONO RITORNARE.

da: La strada, Rizzoli

 

Alcune opere di Federico Severino, tra cui “Quattro Cavalieri dell’Apocalisse”

Federico Severino: biografia artistica

Vai a: Federico Severino: Biografia, Opere, Quadri di Federico Severino – ArsValue.com.

Gianfranco Cordì recensisce: Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni. Autobiografia (2011) in TELLUS folio

Una filosofia che cancella quanto c’è di sbagliato ed emenda, rettifica, equilibra, sana infine il malinteso. Alla luce della considerazione di tutta la propria esperienza di pensiero, Emanuele Severino (Brescia, 26 febbraio 1929) ha pubblicato per la Rizzoli questo suo Il mio ricordo degli eterni. Autobiografia (2011) che racchiude il senso completo di un itinerario speculativo partito prestissimo e transitato attraverso alcune delle tappe cruciali del Novecento, secolo di cui il nostro autore è stato anche un protagonista e un interprete tra i più raffinati. Il volume contempla ed illustra le tappe principali del cammino teoretico di Severino alternandole a momenti, invece, più direttamente privati della sua vita. Il tutto raccontato con uno stile che è sempre schietto e preciso specie nelle diverse descrizioni afferenti alla sfera familiare della vita del filosofo, descritte in un’alternanza (peraltro molto interessante) continua rispetto ai passaggi più strettamente filosofici – spesso generati e scaturenti dalle vicissitudini della stessa esistenza di Severino …. segue

tutta la recensione qui: TELLUS folio.

Sostiene Karl Popper

Sostiene Karl Popper

È mia convinzione che, esprimendo il problema della politica nella forma:
Chi deve governare?
o “La volontà di chi dev’essere decisiva?”
Platone ha prodotto una durevole confusione nel campo della filosofia politica. […]
È evidente che, una volta formulata la domanda: “Chi deve governare?”, non si possono evitare risposte di questo genere: “i migliori” o “i più sapienti” o “il governante nato”…
Ma una risposta siffatta, per quanto convincente possa sembrare — infatti, chi potrebbe propugnare il governo del “peggiore” o del “più grande stolto” o dello “schiavo nato”? — è, come cercherò di dimostrare, assolutamente sterile.[…]
Ma ciò ci porta a un nuovo approccio al problema della politica, perché ci costringe a sostituire alla vecchia domanda Chi deve governare la nuova domanda

Come possiamo organizzare le istituzioni politiche
in modo da impedire
che i governanti cattivi o incompetenti
facciano troppo danno? […]”


Quasi elementare, Watson !

La struttura originaria di Emanuele Severino, l’ editrice La Scuola ha appena pubblicato in anastatica l’edizione iniziale, presentazione di Armando Torno

I l saggio La struttura originaria di Emanuele Severino aprì nel 1981 la collana Adelphi dedicata ai suoi scritti. L’ opera venne pubblicata la prima volta nel 1958 da La Scuola di Brescia. L’ autore, appena ventinovenne, poneva in queste pagine le basi del suo sistema. Ad esse aveva lavorato tra il 1953 e il 1957, mentre attendeva anche a studi su Aristotele (un suo saggio finirà, in quegli anni, nella raccolta sul pensatore greco realizzata dalla «Rivista di filosofia neoscolastica», con una presentazione di Agostino Gemelli). Ma La struttura originaria resta qualcosa a sé. Anzi rappresenta – notò Severino nel 1981, introducendo la nuova edizione – «il terreno dove tutti i miei scritti ricevono il senso che è loro proprio». Oggi l’ editrice La Scuola, che sta rinnovandosi nel catalogo e nei programmi rivolgendo molte attenzioni alla filosofia, ha appena pubblicato in anastatica l’ edizione iniziale de La struttura originaria. Ancora con la copertina color paglierino chiaro e il titolo verde turchino (pp. 416, 23,50). Il libro ritrova la sua semplice immagine da anni Quaranta

tutto l’articolo qui: L’ ESSERE ETERNO SECONDO SEVERINO.

Emanuele Severino

Scrittori per un anno, RaiUno

vai a: Rai.tv – RaiUno – Scrittori per un anno.

GLI ABITATORI DEL TEMPO, lezione del filosofo Emanuele Severino, al Teatro Sociale di Bergamo Alta, incontro organizzato e curato dalla associazione Noesis, 3 aprile 2012. AUDIO DELLA LEZIONE MAGISTRALE

martedì sera, 3 aprile 2012,  ho avuto il grande privilegio di essere a Bergamo, ad ascoltare la sapienza filosofica che si esprime attraverso EMANUELE SEVERINO.

Ci sono filosofi che rendono chiaro il sentiero della storia che abbiamo imparato a conoscere nella nostra evoluzione culturale e personale.

Emanuele Severino fa un’altra cosa: spalanca la vista su una strada completamente nuova e diversa

Paolo Ferrario

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3 aprile 2012, ore 20.00, al Teatro Sociale, Città Alta

Emanuele Severino

GLI ABITATORI DEL TEMPO

Le nostre vite sono le più lunghe della storia dell’umanità e, tuttavia, nella nostra società il tempo non basta mai. Il filosofo Emanuele Severino ci porta in un viaggio non nel tempo, ma nel valore del tempo per gli uomini.

In collaborazione con il XIX Corso di Filosofia, promosso dall’Associazione Culturale Noesis.

VERBA MANENT vuole essere un appuntamento fisso di alto livello culturale che non disdegna, nel suo intento di divulgazione la partecipazione di personaggi noti anche ad un pubblico più popolare. Il programma è suddiviso in slots e verrà aggiornato durante il corso dell’anno

  • Audio della lezione magistrale di Emanuele Severino:

PS l’audio è disturbato: ho dovuto tenerlo in una tasca e non avevo una buona posizione nel teatro.
Quella che segue è una prima bozza della schedatura ricavata dalla trascrizione della lezione.

il tema è: ABITATORI DEL TEMPO

sembra che ogni riflessione che non si riferisca ai problemi concreti in cui ci troviamo infastidisca.

Perchè viviamo dentro la crisi economica, la crisi demografica,  la crisi ecologica, la crisi nucleare

Sembra che di fronte alla pericolosità e incertezza del mondo sia un lusso parlare di Tempo

D’altra parte l’incertezza e il pericolo del mondo bisogna guardarli in faccia, perchè non capiti che, non sapendo dove ci si trova, succeda come a quel tizio che,  stando sulla barca  e non sapendo dove si trova, scende nell’acqua per fare quattro passi ed annega.

E’ essenziale sapere DOVE ci troviamo

Soprattutto è essenziale capire il SENSO dell’incertezza e del pericolo in cui l’uomo in quanto tale si trova.

Perchè il tema gli ABITATORI DEL TEMPO?

Si abita un luogo quando si è protetti da quel luogo e, insieme, lo si protegge e se ne ha cura.

Abitare un luogo, una casa è  esserne protetti e, insieme, averne cura.

E allora cosa vuol dire aver cura del tempo e essere protetti dal tempo?

Perché diciamo di “abitare il tempo”?

la risposta nella sua formulazione più semplice è che:  Abitiamo il tempo per poter vivere.

Andiamo con la mente ai primi passi dell’uomo. Andiamo all’uomo dal punto di vista ontogenetico

Portiamoci agli inizi dell’esser uomo.

L’uomo arcaico ( e dunque ognuno di noi da quando gli è dato essere uomo) vive in una situazione in cui deve smuovere l’ambiente in cui vive.

Di questo possiamo fare esperienza anche noi. Se ci troviamo in situazioni in cui non possiamo smuovere nè la nostra volontà, nè il contesto da cui siamo circondati non riusciamo a vivere.

Vivere significa smuovere ciò che dapprima si crede inflessibile.

L’uomo arcaico dapprima si trova in un ambiente in cui c’è una barriera davanti a lui e dentro di lui che lo irrigidisce nella sua immobilità. E se non vuol morire deve smuovere e flettere l’immobilità da cui è circondato

Vivere è: flettere il proprio ambiente

Dunque c’è una prima forma di terrore per la barriera

Si vive solo se si flettono le barriere.

Questa opera di frazionamento non è soltanto una cosa che possiamo pensare in astratto

Per esempio il pensiero mitico raccoglie un’ampia serie di racconti nei queli il mondo esiste solo se un dio è smembrato

Solo se un dio è smembrato, se c’è questo sacrificio del dio può cominciare ad esistere il mondo.

Lo smembramento del dio corrisponde a ciò che ho chiamato “flessione dell’inflessibile”

Si trovano queste tracce nei miti del Pacifico (la dea Inuele- ?-), del Medio Oriente (kiamat) , dell’Egitto (Osiride), della Grecia ( Dioniso), dell’India (Purusha, Prajapati). Tutti dei che con il loro smembramento rendono possibile la vita dell’uomo

Ma nella nostra cultura c’è l’esempio più significativo: il sacrificio di Cristo. E’ vero che quando Cristo muore il mondo c’è già, però il mondo con quel sacrificio rinasce. e viene rifondato.

La vicenda cristologica riconduce anche al momento originario vetero testamentario: quello in cui il serpente tenta Adamo

“eritis sicut dii”, sarete come dei, se mangerete il frutto proibito

Ma cosa vuol dire essere come dio? vuoldire occupare il suo posto.

Significa detronizzarlo, comunque spartire con lui un regno in cui lui prima era il padrone, il controllore.

Allora il “mangiare il frutto” ha un significato profondo. Se mangiando  il frutto che è stato proibito si è come dio e cioè si uccide dio, allora anche qui abbiamo l’esempio di un tentativo di smembramento che va per il momento a finir male, perchè dio lo punisce.

Ma poi il tentativo è ripreso dall’intervento di  Cristo il quale, per iniziativa divina, rende l’uomo dio.

Tutto questo per richiamare che c’è  un terrore iniziale per l’immobilità cui costringe la barriera che circonda l’uomo all’inizio della nostra storia. E per richiamare che c’è un terrore che scaturisce dalle conseguenze  di questa decisione che ci consente di vivere e di  sopravvivere.

Di nuovo: cosa c’entra l'”abitare il tempo”? Perchè abitare il tempo?

Abitiamo il tempo per vivere. Aristotele dice che il tempo è “il numero del movimento secondo il prima e il poi” (Aristotele, Fisica, D,10 e G,11). Il tempo è  impensabile senza il movimento, senza il divenire che è appunto quel sommovimento, quello smuovere per cui l’uomo comincia a vivere vive solo se flette l’inflessibile.

Abitatori del tempo perchè se non si abita il tempo, pensano gli umani, si muore di fronte alle barriere.

E questo è il primo terrore: il terrore di morire perchè non si è in grado di smuovere il luogo in cui ci si trova.

Vedere l’inflessibile significa vedere la forma originaria del dio.

Proviamo a pensare se ci trovassimo di fronte a un cristallo non scalfibile: non sarebbe possibile alcuna azione.

Allora noi possiamo agire solo se lo frantumiamo, lo smembriamo.

Lo smembramento è ciò che nella definizione aristotelica si chiama DIVENIRE

Il divenire è la forma astratta dell’indicare tutte le situazioni estremamente concrete.

Ma c’è un seconda forma di angoscia da cui è preso l’uomo quando smembra il dio.

La prima è l’angoscia per non poter respirare.

La seconda è che, operando lo smembramento,  si produce proprio quell’incertezza, qualla pericolosità che scaturisce dal divenire delle cose. Nascita, morte, insondabilità della nascita e della morte.

L’uomo per vivere smembra il dio, ma ottiene un ulteriore pericolo che è dato da ciò che egli con lo smembramento ha evocato:  il fluire delle cose, fino a quello che Nietsche chiama il Caos.

C’è una parola interessante con la quale il pensiero indica questa seconda angoscia, l’angoscia per l’imprevedibilità del fluire delle cose.

THAUMA

Ha una gamma di significati straordinari.

Tradotta male con “meraviglia”.

Il significato vero è:

Angosciato terrore del divenire del mondo

Volevamo arrivare qui.

C’è un primo terrore perchè non si riesce a respirare. E’ il terrore provocato dall’inflessibile.

Ma poi c’è il secondo terrore: l’incertezza per la pericolosità del mondo.

E si procede dal terrorizzante e si cerca UN RIMEDIO a ciò che terrorizza.

Il mito: mithos vuol dire “parola”,  “racconto” .

Il modo in cui i greci usano la parola mithos indica il racconto su come stanno le cose.

C’è la capacità del mito di indicare che di fronte al pericolo suscitato dallo smembramento si va alla ricerca di un rimedio che è indicato  dalla parola sacrificio. Che non è il sacrificio del dio, ma è il sacrificio che l’uomo fa in quanto si sente colpevole dello smembramento, della uccisione del padre.

Il tema centrale della angoscia per la vendetta dell’antenato ucciso.

Il concetto che si fa avanti con il sacrificio ha a che fare con la necessità che l’uomo sente di ricostituire le fonti iniziali di potenza che egli ha dovuto smembrare per vivere.

Smembramento

Vita

Colpa

Sentirsi in debito

Rafforzamento della fonte che si è dovuto spezzare per poter vivere.

Stiamo parlando dei modi in cui l’uomo, per vivere, abita il tempo.

Quando si parla di RIMEDIO si intende ciò che consente di sopportare la seconda forma di angoscia, cioè Thauma.

I rimedi nella storia dell’uomo sono raccoglibil in alcuni pochi tratti:

– il racconto mitico

– il Logos, la Ragione

– la Tecnica

La vita è pericolosa, è’ insopportabile, è tragica per il suo fluire, per il suo divenire, per la sua temporalità, per la imprevedibilità del divenire.

Il rimedio, cioè ciò che consente di sopravvivere al Thauma angoscia del divenire, a sopportare l’imprevedibile

Il cristiano autentico è, dopotutto, in pace con se stesso e con le cose: “siamo nelle mani di dio”. Essere nelle mani di dio significa, sentirsi nelle mani di dio, significa avere dinanzi già tutto raccolto , tutto il futuro. Perchè tutto il futuro fa parte del materiale che è nelle mani di dio.

Quindi il dolore, l’angoscia, il pericolo del mondo è reso sopportabile da questo sue essere avvolto dal senso in cui l’uomo è riuscito ad ALLEARSI CON LA POTENZA SUPREMA

Smembramento, colpa, sacrificio: il mito aggiunge la categoria della previsione, che rende sopportabile il dolore.

due modi di abitare il tempo

1 pre- ontologico: non conoscenza delle parole essere e nulla

Il divenire e il tempo conducono nel nulla

2 ontologico

tre forme di rimedio

apparato mitico: vanno e ritornano

ma con il nulla il rimedio comincia ad essere pensato in modo ontologico

si comincia a morire di fronte al nulla

apparato razionale

apparato della scienza e tecnologia

il relativismo è una concezione debole

andare nel sottosuolo

morte di dio: è morto ogni limite

si ripropone il tema dello smembramento di dio

troppo poco il mito

da cui l’alleanza con dio

eschilo

se l’uomo è deicida

il dio è originariamente omicida

giovanni 8/44

la radice dell’omicidio:

fare andare nel nulla

spingere nel nulla da dove non si può tornare

persuasione che le cose siano nulla

dio come satana

dio è il primo tecnico

demiurgo

ergon azione

crazione ex nihilo et subiecti

far uscire dal nulla le cose e la materia

dio pensa la nullità del mondo

pensa la nostra nullità e quella delle cose

poiesis

tecnica la forma più radicale di

se perpetua la scarsità delle merci e si serve della tecnica

… indefinito della potenza

Tecnica deve eliminare la scarsità può farlo finchè non c’è un limite

Il capitale deve aumentare la scarsità

Paradiso della tecnica

Viviamo un periodo intermedio

Quando prevarrà la tecnica

Verso un tempo di benessere

Più cresce la felicità più temiamo di perderla

Ma la tecnica dice che sono un sapere probabilistico e ipotetico

Felicità senza sicurezza

Manca la verità della felicità

Quello sarà il tempo

Le stelle

Un senso diverso

bergamoalta4381

Note su La morte e la terra di Emanuele Severino, di Eugenio Mazzarella

ISTANTE: ciò che “sta”, dunque è ciò che sovrasta il divenire

da instare: Star (“stare“) sopra (“in“)

diventato poi: frazione minima di tempo, attimo

ma la sapienza in sè della parola rimanda ad un significato più profondo (e più decisivo per l’esistenza):

questa (minima) unità di tempo è ciò che “sta”, dunque è ciò che sovrasta il divenire

———————

ricerca basata su:

VOCABOLARIO DELLA LINGUA ITALIANA TRECCANI

DIZIONARIO ETIMOLOGICO DELLA LINGUA ITALIANA ZANICHELLI

LA PIU’ VUOTA DELLE IMMAGINI, figure della morte nella cultura contemporanea, Genova 2011

La più vuota delle immagini

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La più vuota delle immagini
Figure della morte nella cultura contemporanea

Salone del Maggior Consiglio

A fronte di una presenza così intangibile – eppure certissima – qual è la morte, non esistono parole e immagini che possano riecheggiare nel suo silenzio o riflettersi nel suo specchio buio. Ciò nonostante, la forza del pensiero e l’esuberanza dell’arte hanno cercato da sempre di raffigurare – con le forme, i colori, i suoni e le parole che esse hanno a disposizione – LA PIÙ VUOTA DELLE IMMAGINI.
Così, intorno a quel nucleo vuoto, si stagliano, con l’energia vitale che promana dalla creazione artistica, figure di bellezza che cantano la vita e l’inesausto interrogarsi dell’uomo. Saranno questi i temi di quattro incontri curati da Giorgio Pigafetta.

Acrobat Scarica la locandina della rassegna 

A cura di Giorgio Pigafetta
In collaborazione con Goethe Institute Genua e
Facoltà di Architettura Università degli Studi di Genova


Massimo Cacciari
20 gennaio 2012, ore 21.00 
Salone del Maggior Consiglio
Massimo Cacciari
FIGURE DELLA MORTE
play mp3 20120120_cacciari.mp3 – durata 1h.38m

Umberto Curi
25 gennaio 2012, ore 17.45 
Umberto Curi
IL FRUSCIO DELLA MORTE
play mp3 20120125_curi.mp3 – durata 54m

Giacomo Marramao
2 febbraio 2012, ore 17.45 
Giacomo Marramao
LA MORTE COME STRANIERO
play mp3 20120202_marramao.mp3 – durata 1h.02m

Genova Palazzo Ducale – Eventi 2012 – La più vuota delle immagini.

FILOSOFIA: philos e sophia

Dal greco: philosophia

Philos: avere cura, amare

Sophia: sapere, scienza, saggezza. Ma la radice nel sanscrito è Bhas: effetto di uno spostamento di energia, “essere luminoso“. Da cui Subhas: “che illumina bene, “che chiarisce bene

Dunque FILOSOFIA è

avere cura di ciò che è luminoso (o meglio ancora di ciò che occorre rendere luminoso, perchè è già in chiaro)

Da lì arriva il significato di ricerca di conoscenza su quanto circonda l’uomo nell’ambiente in cui vive.

Ricerca etimologica basata su:

Franco Rendich, DIZIONARIO ETIMOLOGICO COMPARATO DELLE LINGUE CLASSICHE INDOEUROPEE, Palombi editore, 2010

Un professore concluse la sua lezione con le parole di rito: “Ci sono domande?”. Uno studente gli chiese: “Professore, qual è il significato della vita?”

Gira sulla rete questo pensiero.

Non so a chi debba essere attribuito (forse a Bruno Ferrero, se risalgo a fonti più lontane nel tempo)

Sta di fatto che lo trovo straordinario e denso di significati.

Occorre sapere CHI lo ha scritto oppure COSA vuole dire?

PFerrario

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Un professore concluse la sua lezione con le parole di rito: “Ci sono domande?”.
Uno studente gli chiese: “Professore, qual è il significato della vita?”.
Qualcuno, tra i presenti che si apprestavano a uscire, rise.
Il professore guardò a lungo lo studente, chiedendo con lo sguardo se era una domanda seria.
Comprese che lo era. “Le risponderò” gli disse.
Estrasse il portafoglio dalla tasca dei pantaloni, ne tirò fuori uno specchietto rotondo, non più grande di una moneta.
Poi disse: “Ero bambino durante la guerra. Un giorno, sulla strada, vidi uno specchio andato in frantumi. Ne conservai il frammento più grande. Eccolo.
Cominciai a giocarci e mi lasciai incantare dalla possibilità di dirigere la luce riflessa negli angoli bui dove il sole non brillava mai: buche profonde, crepacci, ripostigli. Conservai il piccolo specchio.
Diventando uomo finii per capire che non era soltanto il gioco di un bambino, ma la metafora di quello che avrei potuto fare nella vita.

Anch’io sono il frammento di uno specchio
che non conosco nella sua interezza.
Con quello che ho, però,
posso mandare la luce, la verità,
la comprensione, la conoscenza,
la bontà, la tenerezza
nei bui recessi del cuore degli uomini
e cambiare qualcosa in qualcuno.
Forse altre persone vedranno e faranno altrettanto.
In questo per me sta il significato della vita”.

I DIALOGHI DI PLATONE: al via il nuovo Ciclo delle GRANDI PAROLE – GENOVA OGGI NOTIZIE

«I Dialoghi di Platone»: al via il nuovo Ciclo delle grandi parole
Genova – Omero Antonutti e Federico Vanni, insieme con il conduttore Gianni Vattimo, sono i protagonisti della prima serata del nuovo ciclo delle Grandi Parole che prende il via sabato 17 marzo (ore 17) sul palcoscenico del Teatro della Corte.

Gli appuntamenti di quest’anno sono dedicati ai “Dialoghi di Platone”, di cui verranno letti il Simposio, Protagora, Critone e ampi brani antologici da Fedro, Fedone, La Repubblica, Timeo, Teeteto e Menone.
Il ciclo, che nasce dalla constatazione della teatralità della scrittura di Platone e dall’ipotesi che il suo pensiero offra ancora oggi un criterio d’interpretazione della realtà e di riflessione sulle problematiche contemporanee, si avvale della guida, in veste di relatori, di cinque illustri studiosi e testimoni del nostro tempo (Gianni Vattimo, Vito Mancuso, Massimo Cacciari, Giulio Girello, Paolo Flores d’Arcais), e dell’interpretazione di alcuni grandi interpreti della scena italiana (Omero Antonutti, Elisabetta Pozzi, Eros Pagni, Massimo De Francovich, Massimo Venturiello), affiancati per l’occasione da alcuni attori della compagnia dello Stabile (Federico Vanni, Orietta Notari, Massimo Mesciulam, Massimo Cagnina, Roberto Serpi, Massimo Malagugini, Roberto Alinghieri).
Il ciclo dedicato ai Dialoghi di Platone prende il via sabato 17 marzo (ore 17) con la lettura quasi completa del Simposio (argomento: “Amore ed erotismo”, introdotto da Gianni Vattimo) e prosegue il lunedì seguente (19 marzo, ore 20.30), con Vito Mancuso che introduce il tema “L’anima il suo destino”.
Il Simposio, che sarà letto da Omero Antonutti e Federico Vanni, è una delle opere di Platone insieme più note e più misteriose. Colui che racconta, Apollodoro, non è stato testimone diretto dei fatti evocati, ma riferisce ciò che gli è stato detto da un amico che aveva partecipato alla serata in onore di Agatone, il drammaturgo vincitore delle Grandi Dionisiache. Il clima è quello di una festa, con lo scorrere abbondante del vino, nel corso della quale gli amici scelgono di trascorrere il tempo parlando di Amore ed erotismo. A turno, ciascuno farà il suo elogio della divinità più inquietante dell’Olimpo. Inizia Fedro e via via prendono la parola molti altri: il commediografo Aristofane costretto a ritardare il suo intervento dall’urgenza del singhiozzo, il festeggiatissimo Agatone e il sempre sorprendente Socrate, sino a che la rumorosa irruzione di Alcibiade permetterà di concludere in allegria il simposio, lasciando che il vino e il sonno prendano il sopravvento su tutti: Socrate escluso.
Due voci femminili (Elisabetta Pozzi e Orietta Notari) saranno le protagoniste, al fianco di Vito Mancuso, della serata di lunedì 19 marzo che ripercorrere, attraverso quattro tra i più famosi miti platonici (il mito della biga alata dal Fedro, quello dell’immortalità dell’anima dal Fedone e quelli della caverna e di Er, esposti rispettivamente nel libro VII e nel libro X di La Repubblica), il viaggio dell’anima umana dalla nascita alla morte, e alla reincarnazione. La nascita come caduta dall’Empireo, la vita sulla terra e la volontà di risalita, l’illusione delle apparenze sensorie e la ricerca della verità, il grandioso quadro dell’immensa pianura dell’Aldilà dove le anime che hanno scontato la pena nell’Ade o che provengono dalla colonna di luce celeste si troveranno a dover scegliere la loro vita futura sotto il governo di Ananke e l’amministrazione delle Moire. Quattro miti per raccontare il ciclo della vita: altrettante testimonianze delle alte qualità di Platone scrittore che, attraverso la parola, sa evocare spazi e costruire situazioni di grande tensione emotiva.

Le Grandi Parole dedicate ai Dialoghi di Platone proseguiranno poi sabato 24 (ore 17) con la lettura del Protagora (argomento “Virtù e conoscenza”, introdotto da Massimo Cacciari); lunedì 26 (ore 20.30) con il trittico Timeo, Teeteto e Menone (“Scienza e reminiscenza”, introduzione di Giulio Giorello), per concludersi lunedì 2 aprile (ore 20,30) con Paolo Flores d’Arcais che parla di “La libertà e la legge” sul filo delle argomentazioni trattate nel Critone.

da «I Dialoghi di Platone»: al via il nuovo Ciclo delle grandi parole – GENOVA OGGI NOTIZIE.

BACHELARD e le “provocazioni della materia, Università di: Milano Bicocca, Bergamo, Perugia, 7, 8, 9 marzo 2012

1. La materia seduce la filosofia – intervento di Paolo Mottana (Università Milano-Bicocca)

2. L’immaginario e la virtualizzazione del reale. Percorsi bachelardiani — intervento di Paolo Bellini (Università dell’Insubria)

3. L’immaginazione ludica come respiro della materia – intervento di Francesca Antonacci (Università Milano-Bicocca)

4. Promozione immaginale: Bachelard, Dufrenne, Corbin – intervento di Valeria Chiore (Napoli, insegnante)

5. Bachelard e l’estasi della metamorfosi – intervento di Antonio Allegra (Università di Perugia)

6. Rythme et matière chez Gaston Bachelard – intervento di Julien Lamy (Université de Lyon)

7. Dal ritmo al ritornello: Deleuze lettore di Bachelard – intervento di Cristina Zaltieri (Università di Bergamo)

8. Bachelard et les rêveries cristallines – intervento di Ionel Buse (Università di Craiova — Romania)

9. Bachelard et la matière ténébreuse – intervento di Vincent Bontems (CEA — Paris)

 

“Forse non sarò mai felice… ma stasera sono contenta …”, Sylvia Plath

Forse non sarò mai felice… ma stasera sono contenta.

Mi basta la casa vuota, un caldo, vago senso di stanchezza fisica per aver lavorato tutto il giorno al sole a piantare fragole rampicanti, un bicchiere di latte freddo zuccherato, una ciotola di mirtilli affogati nella panna (…) in momenti come questi sarei una stupida a chiedere di più.

da L’ultima notte di Sylvia Plath

Emanuele Severino, Discussioni intorno al senso della verità – Ed. ETS: recensione di Armando Torno, Croce e Gentile, stranieri in casa, in Corriere della Sera 10 novembre 2009

VAI A: Discussioni intorno al senso della verità – Emanuele Severino – Ed. ETS.

GASTON BACHELARD, Il poeta solitario della Rêverie | a cura di Flavia Conte, Mimesis editore

PREZZO: €16,00

PAGINE:232

DATA PUBBLICAZIONE: 2010

ISBN:9788857502724

A CURA DI:Flavia Conte

Gaston Bachelard

IL POETA SOLITARIO DELLA RÊVERIE

Se per risplendere magicamente il mondo ha bisogno della solitudine del poeta, Bachelard vi si immerge come in un’avventura onirica rigeneratrice che scopre nella propria forza metaforica la pienezza di una vita felice.
Il mondo della rêverie Bachelardiana è bello prima di essere vero e il sognatore vi si lascia guidare per attingere alla sorgente originale anche della nostra fantasia onirica, perché un autentico “istinto poetico”, dice Bachelard, abita l’essere di ogni uomo. Come in un libero gioco alchemico, sono le immagini semplici degli elementi primordiali a suggerire con le loro quattro potenze materiali una benefica esperienza di metamorfosi della parola. Da Baudelaire a Rilke passando per Eluard, Lautréamont, Kafka, per non parlare di Nietzsche e Valéry, il sognatore Bachelard ci induce a seguirlo nelle sue fantastiche migrazioni senza cercare di spiegarci le immagini; egli dà solo voce alla loro aurorale gratuità per prepararci a nuovi godimenti poetici.

Gaston Bachelard (Bar-sur-Aube 1884; Parigi 1962) è fondatore illustre dell’epistemologia contemporanea, interprete originale delle svolte teoriche della fisica-matematica novecentesca e promotore in Francia della stagione dell'”epistemologia storica”. Straordinario esploratore dei campi del sapere ben oltre lo specialismo scientifico di formazione, Bachelard solca la via di un linguaggio filosofico inedito sull’immaginario poetico della rêverie di cui diviene nel nostro tempo il più geniale e sorprendente studioso. Tra le sue opere: Le nouvel esprit scientifique (1934), La psychanalyse du feu (1938), Le rationalisme appliqué (1949), Le materialisme rationnel (1953), La poétique de l’espace (1957), La poétique de la rêverie (1960).

Flavia Conte (1957), allieva di Emanuele Severino, si è laureata a Venezia nel 1985 in “Filosofia contemporanea”. Traduttrice del testo di Jacques Brosse “L’ordre des choses” (Paris 1986) ha collaborato come redattrice con la rivista “L’Ippogrifo” (Pordenone). Ha svolto il dottorato in “Sciences de l’Education” a Parigi sotto la direzione del filosofo Dany-Robert Dufour ottenendo le “félicitations” e diritto di pubblicazione. Insegna filosofia al liceo. È membro
dell’“Equipe Paideia” e del gruppo CIRCEFT, all’università Paris VIII Vincennes-Saint-Denis.

da Il poeta solitario della Rêverie | Volti | Collane | Mim-Edizioni S.r.L..

 

Parodos é un magazine elettronico dedicato al mondo del libro

Parodos é un magazine elettronico dedicato al mondo del libro. Un circolo letterario virtuale nel quale reperire informazioni editoriali, interviste, eventi, recensioni letterarie. Il sito é ricco di spunti alla navigazione, recensioni letterarie, notizie, curiosità, dossier, dibattiti eapprofondimenti su temi come letteratura e nuove tecnologie, libri elettronici e editoria digitale, scuola, storialinguistica, filosofia, scienza e critica. Clicca sotto sulle voci di:
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da LETTERATURA-STORIA-FILOSOFIA-LIBRI FAMOSI.

Stevens Wallace, Harmonium : poesie 1915-1955, a cura di Massimo Bacigalupo, Einaudi, 1994

Autore principale: Stevens, Wallace
Titolo: Harmonium : poesie 1915-1955 / Wallace Stevens ; a cura di Massimo Bacigalupo
Editore: Torino : Einaudi, 1994
Descrizione fisica: XXXVIII, 699 p. : tav. : 21 cm.
Collana: (I millenni)
ISBN: 88-06-12621-0

il problema dell’ESSERE, secondo Marco Pellegrino

Il cosiddetto <<problema dell’essere>>, a cui si rivolge la filosofia occidentale, consiste comunque nella conciliazione tra l’<<eternità>> e il <<movimento>>; ci si chiede, cioè: come è possibile che l’essere, stando in movimento, riesca appunto a <<stare>> (cioè ad essere immutabile, eterno, sempre in luce)? E cioè come è possibile che l’essere, non potendo sopraggiungere e dileguarsi nel suo opposto (cioè nel nulla), sia in continuo <<movimento>>? Queste sono le domande che stanno alla base di tutto il percorso filosofico dell’Occidente, che ha portato dai primi filosofi greci (Talete, Anassimandro, Anassimene, Eraclito, Pitagora, Parmenide e così via) fino, mi azzardo a dire, alla filosofia di Severino.

VAI A: Filosofare: la struttura concreta dell’infinito: Intervista.

Emanuele Severino: … siamo il luogo eterno in cui sopraggiunge la terra

Noi non siamo i mortali.

Noi siamo il luogo eterno in cui sopraggiunge la terra”

Marco Pellegrino, La struttura concreta dell’infinito, negare la “storia dell’uomo” oltrepassando il pensiero di Severino, www.youcanprint.it

La struttura concreta dell’infinito: Quarta di copertina – Esergo – prime righe dell’Introduzione – Indice





Sottotitolo: negare la <<storia dell’uomo>>, oltrepassando il pensiero di Severino.
Editore: youcanprint
Pagine: 406
Data di uscita: settembre 2011

QUARTA DI COPERTINA (di Andrea Berardinelli)
    Districarsi nell’alveo del pensiero filosofico di Emanuele Severino non è compito
semplice, e la difficoltà aumenta quando, come nel testo che qui affrontiamo,
ci si propone l’oltrepassamento del fondamento del discorso severiniano.
    Scevro da ogni possibile schematismo accademico, l’autore si propone, 
in primis, di illustrare le soluzioni che egli ritiene necessarie per risolvere
determinate aporie filosofiche, mostrando il nuovo volto che, in tale risolvimento,
acquista il concetto di struttura concreta dell’essere. In secondo luogo, vengono
evidenziate quelle che, usando il linguaggio dell’autore, sono le
<<contraddizioni>> presenti nell’impalcatura logica del pensiero di Severino,
con analisi di notevole spessore teoretico, al pari solo di chi è addentro
da anni alle questioni ontologiche.
    La filosofia è essenzialmente lo sfondo all’interno del quale ogni contenuto,
che interpretiamo come <<storia dell’uomo>>, accade. Ciò che si crede
sia lontano dal vivere quotidiano, come un discorso siffatto potrebbe ad
un’analisi semplicistica apparire, è in realtà la chiave imprescindibile
dell’esplicazione del senso di tutti i fenomeni che riteniamo evidenti,
ma che necessitano di esserefondati e riconsegnati al loro senso veritativo.
    Comprendere a fondo tali tematiche ci aiuta a fare un passo avanti in vista
del superamento delle contraddizioni che attanagliano il vivere umano.
La contraddizione è isolamento e dolore. Pertanto, nell’ottica di tale
superamento ci si propone, nell’opera, di indicare l’identità di totalità e
parte – pur conservando la loro distinzione –, in modo tale che ognuno
non rimanga alla superficie e non renda quindi inutile ogni sforzo che non sia
legato all’essenza del fondamento.
ESERGO
Ogni cosa, dalla più esigua e trascurata alla più solenne e maestosa, 
è la struttura concreta dell’infinito; e soltanto all’interno di questo esserlo 
ci si può illudere di essere altro da una struttura siffatta.
Di ogni essente (tavolo, albero, stella, ecc.) si può ed è inevitabile
predicare l’esser partedell’infinito (cioè della totalità), solo in quanto 
il medesimo essente (tavolo, albero, stella, ecc.) èanapoditticamente concepito
come l’infinito stesso di cui la parte è parte.
Ognuno di noi (ogni cosa) è l’eterna struttura infinita del Tutto,
sebbene si debba dire che a trionfare è, nel tempo presente, la persuasione
di non esserlo.
La struttura concreta dell’infinito non è in alcun modo qualcosa che
non si possa esperire; anzi è il senso stesso dell’esperienza di tutto ciò
da cui è formato ogni istante: è l’affermazioneinnegabile di tutto
ciò la cui esistenza è immediatamente posta.
Il linguaggio di quest’opera intende pertanto testimoniare che ogni
parola, segno – ogni parte –, designa lo stesso significato – cioè la totalità –,
altrimenti il segno denoterebbe significati che sono a loro volta dei
segni, e così via in indefinitum, giacché nessun significato sarebbe posto,
e pertanto non sarebbe posto nemmeno alcun segno, cioè non esisterebbe
nulla – appunto perché il segno è tale rispetto al significato.
Che la struttura dell’infinito sia la nostra esperienza originaria, e che il
linguaggio si rivolga ad un unico significare, vuol dire che <<tutto ciò
che esiste è eterno proprio nel modo irripetibile e limitato in cui dal primo
avvenimento si è in attesa dell’ultimo, il quale, non essendo soltanto un
atteso, ma anche un presente, è destinato ad accadere col
sopraggiungere della fine di quell’attesa>>.
INTRODUZIONE (prime righe) 
                Il lettore si accinge a legger questo libro; lo apre, ed è la prima pagina a
stagliarsi sul suo sguardo. La pagina appare vuota, bianca, quasiché si fosse
impallidita, similare al volto di un uomo nel suo paventare la morte che lo
investe all’improvviso. Ancora un poco e lo sguardo si sposta, a ritmo lento, sulla
pagina seguente. In quest’ultima, il contenuto non è lo stesso di quello apparso
nella prima: spicca sullo sfondo bianco qualche tratto di color nero, sì che il lettore,
a questo punto, non può far altro che tentare di scorgere il senso unitario
di quei tratti, interpretandoli a suo modo.
                Intanto, con l’affacciarsi della seconda pagina, quella precedente,
pur restando ciò che essa è – cioè non avendo cessato di essere <<la prima pagina>>
–, viene lasciata indietro: il lettore si trova ora occupato con la decifrazione di quel
che nella seconda pagina può essere ravvisato, mentre il suo sguardo si accorge, con
la coda dell’occhio, di quella prima pagina il cui passato è ormai un presente.

                Non solo: ciò che è divenuto un passato non è la semplice prima pagina,

ma anche…

INDICE:    http://www.youcanprint.it/anteprime_libri/pellegrino_infinito_anteprima.pdf

da Filosofare: la struttura concreta dell’infinito.

Gianfranco Cordì su: il razionalismo esotico di Leibniz, TELLUS folio

Gianfranco Cordì. Il razionalismo esotico di Leibniz

24 Febbraio 2012

Gottfried Wilhelm von Leibniz (Lipsia, 1° luglio 1646 – Hannover, 14 novembre 1716) iniziò a scrivere questiNuovi saggi sull’intelletto umano (che escono ora, 2011, nella collana “Il Pensiero Occidentale” della Bompiani a cura di Salvatore Cariati e con un saggio di Pietro Emanuele) nel 1703. Terminò la stesura dell’opera solamente l’anno successivo ma, a causa della sopravvenuta scomparsa di John Locke, pubblicò in volume (con il titolo di Nouveaux essais sur l’entedement humain) il suo lavoro solo nel 1765. Il libro vuole essere, secondo gli intendimenti dello stesso autore, «una sorta di commentario in forma di dialogo» (dalla «Cronologia della vita e delle opere di Leibniz» di Salvatore Cariati) alSaggio sull’intelletto umano che, a sua volta, il filosofo inglese aveva pubblicato nel 1690. 

TELLUS folio.

le fotografie della terra dell’astronauta Douglas Wheelock

Emanuele Severino: … noi siamo il luogo eterno in cui sopraggiunge la Terra

Venezia si tiene con Iosif Brodskij e la voce di Domenico Pelini

ascolta l’audio: 

http://www.segnalo.it/Audio%20LIBRI/Pelini%20Files/Brodsky/Brodsky-9.mp3

da Iosif Brodskij, FONDAMENTA DEGLI INCURABILI, Adelphi 1989, pag.40 e pag. 29.
Le letture di Domenico Pelini sono tratte dal suo canale su Youtube

Gilbert Simondon, L’individuazione psichica e collettiva

Simondon si pone la domanda: che cosa è un individuo? Cioè,  cosa distingue una parte dell’essere da tutto il resto? cosa consente qualcosa come l’individuazione, ovvero il fatto di avere un’identità ben distinta? La sua risposta è che un individuo non è un’entità, ma un processo continuo; che un individuo non è fissato mai una volta per tutte, ma che deve divenire, e in un certo senso non smette mai di divenire; e che quindi, dovremmo parlare di individuazioni, piuttosto che di individui come dati una volta per tutte.

Gilbert Simondon, filosofo francese molto caro a Gilles Deleuze, fa giustizia di numerosi luoghi comuni a proposito dell’individuo, muovendosi con agilità tra scienze della natura e scienze umane, biologia e psicologia, teoria dell’informazione e sociologia. A suo giudizio, la singolarità non è un punto di partenza, ma il risultato di un processo complicato, scandito in più fasi e non privo di crisi. Inoltre, Simondon mette in rilievo come in ogni soggetto vivente gli aspetti singolari coesistano con forze anonime, impersonali, «preindividuali». Siamo individui, sì, ma solo in modo parziale e incompleto. Ed ecco la tesi più radicale, quella che ha evidenti conseguenze politiche: secondo il filosofo francese, quando si partecipa a un collettivo, non si attenua la propria individualità; al contrario, la vita di gruppo è l’occasione di una ulteriore, più ampia individuazione. Come dire: si è davvero singolari solo quando si è in molti.

da Gilbert Simondon, L’individuazione psichica e collettiva « Appunti.

Catone, … Guardali, gli uomini, come vivono, mentre biasimano gli altri: nessuno è senza colpa …

“Si vitam inspicias hominum, si denique mores, cum culpam alios, nemo sine crimine vivit”:

Guardali, gli uomini, come vivono, mentre biasimano gli altri: nessuno è senza colpa.

Catone, Distici

nella traduzione di Giancarlo Pontiggia

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Deve esser mondo da ogni vizio/ chi si dispone a parlar male di un altro- E’ l’epigrafe che si legge sotto una statua piuttosto malconcia che la gente di solito non nota passando per i portici settentrionali lungo il duomo di Milano. I milanesi ci incollavano le bosinade, cioè i foglietti satirici, anche contro le autorità austriache, come si usava a Roma sul Pasquino e a Firenze sul Marzocco. L’avevano battezzata scior Carera perchè la prima parola dell’epigrafe è il verbo carere infinito di careo (mancare, esser privo). Chi è senza peccato ecc.

(segnalato da Gian Piero T.)

Wallace Stevens, Harmonium, Einaudi

una poesia della coscienza come mondo, che si muove con tranquilla sicurezza alla scoperta della vita nella mente e della mente nella vita. Lo sguardo dell’habitué di Manhattan e del Waldorf Astoria ha la robustezza dei Padri Pellegrini che sbarcarono in Nuova Inghilterra nel 1620. Ha tuttavia rinunciato del tutto alle loro convinzioni religiose (ai contenuti, non ai modi), per fare una religione di se stesso: del sentire, del vedere e dell’essere. Del mero essere è infatti il titolo di quella che è forse l’ultima poesia dell’inesauribile libro stevensiano. Libro sacro e mondano in cui trovano posto canzonette ironiche accanto a pensosi poemi e a partecipi riflessioni sui grandi eventi di un secolo di guerre e rivoluzioni sociali. Il tutto trasformato da questo eccentrico della normalità, indistinguibile dai suoi connazionali della classe media, che però non scrisse mai una parola che non fosse assolutamente individuale. Un lento fuoco di ghiaccio.

Wallace Stevens, Harmonium < Libri < Einaudi.

Gianfranco Cordì legge: Sean Carroll, il perenne corso del «tempo», in TELLUS folio

Sean Carroll arriva a conclusioni che si ritrovano molto vicine a quelle di Emanuele Severino. Il nostro universo è parte di un sistema molto più grande. Un sistema collettivo, multiplo, molteplice, composito. Il quadro, la cui cornice era appunto il multiverso, si fa adesso più copioso, più pingue, più ubertoso. Siamo dalle parti dell’abbondanza piuttosto che della scarsezza. Non abbiamo semplicemente allargato il nostro universo, ne abbiamo dato una definizione molto più dettagliata. In questo senso Carroll apre il proprio sguardo cosmologico al campo sterminato delle possibilità. Questa sua «predizione» – così egli stesso considera la risposta alla domanda da cui era partito – rende il tempo come «una sequenza ordinata di eventi correlati, che presi insieme costituiscono l’intero universo. Il tempo è allora qualcosa che ricostruiamo a partire dalle correlazioni di questi eventi». Questa sua «predizione» rende il tempo qualcosa che non è strettamente limitato alla vita del nostro universo. Un meccanismo o «un’idea» o un elemento caratteristico globale e onnicomprensivo. Un tempo smisurato: qualcosa che se potesse essere misurata sfuggirebbe ad ogni conteggio. Dall’eternità a qui è dunque un libro davvero smisurato, che aprendo le nostre menti al regno delle possibilità, ci fa viaggiare lieti lungo la strada della libertà intellettuale e della irrefrenabile ricerca pura.

tutta la recensione qui:  TELLUS folio.

Emanuele Severino: ERRORE O ERRARE, registrazione audio del 10 febbraio 2012, all’interno del ciclo ABITATORI DEL TEMPO promosso dalla Provincia di Monza, Cesano Maderno, Teatro Excelsior

Venerdì 10 febbraio 2012, a Cesano Maderno nel Teatro Excelsior

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vai alla scheda del progetto:

http://www.provincia.mb.it/Temi/cultura/Abitatori/edizione_2012.html


Emanuele Severino, GLI ABITATORI DEL TEMPO, al Teatro sociale Città alta di Bergamo, martedì 3 aprile 2012, ore 20

Roberto Saviano legge Wisława Szymborska

“la paura di essere dei re” di Emily Dickinson e il “siamo re che si credono mendicanti” di Emanuele Severino SI TENGONO INSIEME

Non conosciamo mai la nostra altezza 
Finché non siamo chiamati ad alzarci. 
E se siamo fedeli al nostro compito 
Arriva al cielo la nostra statura. 

L’eroismo che allora recitiamo 
Sarebbe quotidiano, se noi stessi 
Non c’incurvassimo di cubiti 
Per la paura di essere dei re 

Emily Dickinson, 1176
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Siamo re che si credono mendicanti. L’uomo è eterno, ma crede alla follia che lo dice mortale e quindi mendica la propria salvezza dal baratro del niente presso un Dio oppure, come accade ora, presso la scienza
Emanuele Severino
in COSA VUOL DIRE MORIRE, a cura di Daniela Monti, Einaudi, 2010, pag. 139

carri, cavalli, tempo, eternità in un accostamento fra Emily Dickinson e Parmenide

Non potevo fermarmi per la Morte.
Essa, benigna si fermò per me.
Il carro noi due sole conteneva 
e l’ Immortalità.

Era lento (la morte non ha fretta)
e dovetti riporre
il mio lavoro ed anche i miei trastulli
per quella visita.

Passammo oltre la scuola, dove bimbi facevano
la ricreazione, in cerchio;
ed oltre i campi d’attonito grano
e oltre il sole e il tramonto.

O piuttosto fu il sole che passò oltre di noi;
venne la guazza tremolante e fredda,
ché la mia gonna era garza sottile
e la mia mantellina solo tulle.

Sostammo ad una casa che sembrava
un rigonfio del suolo:
il suo tetto si distingueva appena;
per cornicione aveva poche zolle.

Sono passati secoli, ma ognuno
è più breve del giorno
in cui seppi che volte eran le teste
dei cavalli verso l’eternità.

Emily Dickinson

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Le cavalle che mi portano fin dove il mio desiderio vuol giungere,

 mi accompagnarono, dopo che mi ebbero condotto e mi ebbero posto sulla via che dice molte cose,

che appartiene alla divinità e che porta per tutti i luoghi l’uomo che sa.

Là fui portato. Infatti, là mi portarono accorte cavalle tirando il mio carro, e fanciulle indicavano la via.

L’asse dei mozzi mandava un sibilo acuto,

infiammandosi – in quanto era premuto da due rotanti

cerchi da una parte e dall’altra –, quando affrettavano il corso nell’accompagnarmi,

le fanciulle Figlie del Sole, dopo aver lasciato le case della Notte,

verso la luce, togliendosi con le mani i veli dal capo.

Là è la porta dei sentieri della Notte e del Giorno,

con ai due estremi un architrave e una soglia di pietra;

e la porta, eretta nell’etere, è rinchiusa da grandi battenti.

Di questi, Giustizia, che molto punisce, tiene le chiavi che aprono e chiudono.

Le fanciulle, allora, rivolgendole soavi parole,

con accortezza la persuasero, affinché, per loro, la sbarra del chiavistello

senza indugiare togliesse dalla porta. E questa, subito aprendosi,

produsse una vasta apertura dei battenti, facendo ruotare

nei cardini, in senso inverso, i bronzei assi

fissati con chiodi e con borchie. Di là, subito, attraverso la porta,

diritto per la strada maestra le fanciulle guidarono carro e cavalle.

E la Dea di buon animo mi accolse, e con la sua mano la mia mano destra

prese, e incominciò a parlare cosí e mi disse:

“O giovane, tu che, compagno di immortali guidatrici,

con le cavalle che ti portano giungi alla nostra dimora,

rallegrati, poiché non un’infausta sorte ti ha condotto a percorrere

questo cammino – infatti esso è fuori dalla via battuta dagli uomini –,

ma legge divina e giustizia. Bisogna che tu tutto apprenda:

e il solido cuore della Verità ben rotonda

e le opinioni dei mortali, nelle quali non c’è una vera certezza.

Eppure anche questo imparerai: come le cose che appaiono

bisognava che veramente fossero, essendo tutte in ogni senso”.

ParmenideSULLA NATURA, i frammenti

nella traduzione di Giovanni Reale

Silvio Raffo racconta la biografia di Emily Dickinson, alla Associazione “Giosuè Carducci” di Como, 27 gennaio 2012

Silvio Raffo racconta la biografia di Emily Dickinson, Audio in formato Mp3

Emanuele Severino sull’APPARIRE

Emanuele Severino, audio sul “COMANDAMENTO” del RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE

lezione tenuta al festival della filosofia di Modena, 2010

profilo di EMANUELE SEVERINO, stilato da lui stesso. Grazie a Gabriele per la segnalazione

dalla Storia della filosofia (a cura di Dario Antiseri e Silvano Tagliagambe) edita da Bompiani nel 2008 – Volume 14: Filosofi italiani contemporanei, pp.546-553

Emanuele Severino parla della sua filosofia, dialogo con Armando Torno, Mendrisio (Svizzera), 25 gennaio 2012, incontro organizzato dalla Associazione Mendrisio MARIO LUZI poesia del mondo, AUDIO di 98 minuti


fonte: Associazione Mendrisio Mario Luzi Poesia del Mondo

Mercoledì 25 gennaio 2012, ospite dell’Associazione Mendrisio Mario Luzi Poesia del Mondo, Emanuele Severino ha regalato perle del suo pensiero filosofico ai numerosi ospiti accorsi per l’occasione presso la sala del Museo d’Arte di Mendrisio. L’incontro, che si è svolto dalle ore 18:00 alle 20:00 circa, ha coinvolto anche i presenti in sala, alcuni dei quali hanno avuto il privilegio di potersi rivolgere direttamente all’illustre filosofo di Brescia.

Caducità di Sigmund Freud, trascrizione donata da Papavero di campo

Non molto tempo fa, in compagnia di un amico silenzioso e di un poeta già famoso nonostante la sua giovane età, feci una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura. Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato o potranno creare. Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato.
Da un simile precipitare nella transitorietà di tutto ciò che è bello e perfetto sappiamo che possono derivare due diversi moti dell’animo. L’uno porta al tedio universale del giovane poeta, l’altro alla rivolta contro il presunto dato di fatto.
No! è impossibile che tutte queste meraviglie della natura e dell’arte, che le delizie della nostra sensibilità e del mondo esterno debbano veramente finire nel nulla. Crederlo sarebbe troppo insensato e troppo nefando. In un modo o nell’altro devono riuscire a perdurare, sottraendosi a ogni forza distruttiva.
Ma questa esigenza di eternità è troppo chiaramente un risultato del nostro desiderio per poter pretendere a un valore di realtà: ciò che è doloroso può pur essere vero. Io non sapevo decidermi a contestare la caducità del tutto e nemmeno a strappare un’eccezione per ciò che è bello e perfetto. Contestai però al poeta pessimista che la caducità del bello implichi un suo svilimento.
Al contrario, ne aumenta il valore! Il valore della caducità è un valore di rarità nel tempo. La limitazione della possibilità di godimento aumenta il suo pregio. Era incomprensibile, dissi, che il pensiero della caducità del bello dovesse turbare la nostra gioia al riguardo. Quanto alla bellezza della natura, essa ritorna, dopo la distruzione dell’inverno, nell’anno nuovo, e questo ritorno, in rapporto alla durata della nostra vita, lo si può dire un ritorno eterno. Nel corso della nostra esistenza vediamo svanire per sempre la bellezza del corpo e del volto umano, ma questa breve durata aggiunge a tali attrattive un nuovo incanto. Se un fiore fiorisce una sola notte, non per ciò la sua fioritura ci appare meno splendida. E così pure non riuscivo a vedere come la bellezza e la perfezione dell’opera d’arte o della creazione intellettuale dovessero essere svilite dalla loro limitazione temporale. Potrà venire un tempo in cui i quadri e le statue che oggi ammiriamo saranno caduti in pezzi, o una razza umana dopo di noi che non comprenderà più le opere dei nostri poeti e dei nostri pensatori, o addirittura un’epoca geologica in cui ogni forma di vita sulla terra sarà scomparsa: il valore di tutta questa bellezza e perfezione è determinato soltanto dal suo significato per la nostra sensibilità viva, non ha bisogno di sopravviverle e per questo è indipendente dalla durata temporale assoluta.
Mi pareva che queste considerazioni fossero incontestabili, ma mi accorsi che non avevo fatto alcuna impressione né sul poeta né sull’amico. Questo insuccesso mi portò a ritenere che un forte fattore affettivo intervenisse a turbare il loro giudizio; e più tardi credetti di aver individuato questo fattore. Doveva essere stata la ribellione psichica contro il lutto a svilire ai loro occhi il godimento del bello. L’idea che tutta quella bellezza fosse effimera faceva presentire a queste due anime sensibili il lutto per la sua fine; e, poiché l’animo umano rifugge istintivamente da tutto ciò che è doloroso, essi avvertivano nel loro godimento del bello l’interferenza perturbatrice del pensiero della caducità.
Il lutto per la perdita di qualcosa che abbiamo amato o ammirato sembra talmente naturale che il profano non esita a dichiararlo ovvio. Per lo psicologo invece il lutto è un grande enigma, uno di quei fenomeni che non si possono spiegare ma ai quali si riconducono altre cose oscure. Noi reputiamo di possedere una certa quantità di capacità di amare che chiamiamo libido la quale agli inizi del nostro sviluppo è rivolta al nostro stesso Io. In seguito, ma in realtà molto presto, la libido si distoglie dall’Io per dirigersi sugli oggetti, che noi in tal modo accogliamo per così dire nel nostro Io. Se gli oggetti sono distrutti o vanno perduti per noi, la nostra capacità di amare (la libido) torna ad essere libera. Può prendersi altri oggetti come sostituti o tornare provvisoriamente all’Io. Ma perché questo distacco della libido dai suoi oggetti debba essere un processo così doloroso resta per noi un mistero sul quale per il momento non siamo in grado di formulare alcuna ipotesi. Noi vediamo unicamente che la libido si aggrappa ai suoi oggetti e non vuole rinunciare a quelli perduti, neppure quando il loro sostituto è già pronto. Questo è dunque il lutto.

La mia conversazione col poeta era avvenuta nell’estate prima della guerra. Un anno dopo la guerra scoppiò e depredò il mondo delle sue bellezze. E non distrusse soltanto la bellezza dei luoghi in cui passò e le opere d’arte che incontrò sul suo cammino; infranse anche il nostro orgoglio per le conquiste della nostra civiltà, il nostro rispetto per moltissimi pensatori ed artisti, le nostre speranze in un definitivo superamento delle differenze tra popoli e razze. Insozzò la sublime imparzialità della nostra scienza, mise brutalmente a nudo la nostra vita pulsionale, scatenò gli spiriti malvagi che albergano in noi e che credevamo di aver debellato per sempre, grazie all’educazione che i nostri spiriti più eletti ci hanno impartito nel corso dei secoli. Rifece piccola la nostra patria e di nuovo lontano e remoto il resto della terra. Ci depredò di tante cose che avevamo amate e ci mostrò quanto siano effimere molte altre cose che consideravamo durevoli.
Non c’è da stupire se la nostra libido, così impoverita di oggetti, ha investito con intensità tanto maggiore ciò che ci è rimasto; se l’amor di patria, la tenera sollecitudine per il nostro prossimo e la fierezza per ciò che ci accomuna sono diventati d’improvviso più forti. Ma quali altri beni, ora perduti, hanno perso davvero per noi il loro valore, perché si sono dimostrati così precari e incapaci di resistere? A molti di noi sembra così, ma anche qui, ritengo, a torto. Io credo che coloro che la pensano così e sembrano preparati a una rinuncia definitiva perché ciò che è prezioso si è dimostrato perituro, si trovano soltanto in uno stato di lutto per ciò che hanno perduto. Noi sappiamo che il lutto, per doloroso che sia, si estingue spontaneamente. Se ha rinunciato a tutto ciò che è perduto, ciò significa che esso stesso si è consunto e allora la nostra libido è di nuovo libera (nella misura in cui siamo ancora giovani e vitali) di rimpiazzare gli oggetti perduti con nuovi oggetti, se possibile altrettanto o più preziosi ancora. C’è da sperare che le cose non vadano diversamente per le perdite provocate da questa guerra. Una volta superato il lutto si scoprità che la nostra alta considerazione dei beni della civiltà non hanno sofferto per l’esperienza della loro precarietà. Torneremo a ricostruire tutto ciò che la guerra ha distrutto, forse su un fondamento più solido e duraturo di prima.
1915

(da SIGMUND FREUD, Opere. 1915-1917 Volume 8°, BORINGHIERI 1976)
ps: il poeta a cui si riferisce nel testo pare appurato che fosse proprio Rilke;

c’è qui il richiamo a quel potentissimo meccanismo di difesa che è il diniego, che a cuor mi sta, per la diffusissima pratica che il genere umano ne fa, è di difesa quindi serve però, prima o poi e in qualche modo siamo chiamati ad accostarlo ed a farcene carico, nei modi e secondo le capacità a noi sostenibili

… per insondabile legge ciò che più arde più resta … di Achille Abramo Saporiti, donata da Papavero di campo

Un fremere di foglie
è già vita
è vita il fiotto, la stasi è vita;
per insondabile legge
ciò che più arde
più resta.

di Achille Abramo Saporiti
per me è grandiosa!

Papavero

Emanuele Severino, “… quando la vicenda terrena dell’uomo sarà giunta al proprio compimento, sarà necessario che ognuno faccia esperienza di tutte le esperienze altrui …”, in IL MIO RICORDO DEGLI ETERNI di Emanuele Severino, Rizzoli, 2011, pag 11

… Poi, quando la vicenda terrena dell’uomo sarà giunta al proprio compimento, sarà necessario che ognuno faccia esperienza di tutte le esperienze altrui e che in ognuno appaia la Gioia infinita che ognuno è nel profondo. Essa oltrepassa ogni dolore sperimentato dall’uomo  … 

da IL MIO RICORDO DEGLI ETERNI di Emanuele Severino, Rizzoli, 2011, pag 11

Abitatori del Tempo: sul tema dell’ERRARE. Riflessione sull’oggi nell’incontro con grandi filosofi, da 3 febbraio al 30 marzo 2012, in 9 Comuni della Provincia di Monza

Dal 3 febbraio al 30 marzo 2012 tornano gli appuntamenti con i grandi filosofi contemporanei.

Riparte la rassegna “Abitatori del tempo”, ciclo itinerante di incontri in Brianza dedicati alla riflessione sull’oggi con i grandi filosofi.

Abitatori del tempo: 10 Incontri in 9 comuni della Provincia, per riflettere insieme sul tema dell’ “Errore”.

La VIII edizione di Abitatori del Tempo è dedicata al tema dell’ Errore, questione con importanti significati in campo scientifico, filosofico e letterario. Si parte dall’antica Grecia con l’ identificazione Socratica tra sapere e virtù  dove l’errore morale coincide con quello conoscitivo per giungere, all’interno della riflessione epistemologica contemporanea, alla svolta fattibilistica di Popper che considera l’errore un ingrediente inevitabile di ogni sapere. Nell’ambito scientifico il tema della rassegna sarà sviluppato per dimostrare come l’errore e le metodologie di lavoro “try and error” siano fondamentali per l’evoluzione ed il progresso scientifico.


INGRESSO LIBERO – Ore 21 (fino ad esaurimento posti)



PROGRAMMA degli incontri

Massimo Marassi – La colpa e il suo fantasma
Venerdì 3 febbraio 2012 – Monza – Teatro Manzoni

Emanuele Severino – Errore o errare
Venerdì 10 febbraio 2012 – Cesano Maderno – Teatro Excelsior

Laura Boella – Agire, errare, perdonare
Mercoledì 15 febbraio 2012 – Arcore – Teatro Nuovo

Massimo Cacciari – Storia ed errore
Giovedì 23 febbraio 2012 – Monza – Teatro Manzoni

Vittorio Possenti – Errore, colpa, pentimento
Venerdì 2  marzo 2012 – Giussano – Sala Consiliare

Elio Franzini – Errore, arte e immaginazione
Martedì 6 marzo 2012 – Brugherio – Teatro San Giuseppe

Salvatore Natoli  Per prova ed errore: campi di esperienza e pratiche di conoscenza
Venerdì 9 marzo 2012 – Lissone – Palazzo Terragni

Giulio Giorello – La libertà di errare
Venerdì 16 marzo 2012 – Nova Milanese – Auditorium

Edoardo Boncinelli – L’errore generatore di vite
Venerdì 23 marzo 2012 – Vimercate – Teatro Astrolabio

Franca D’Agostini – Il falso, tra errore e inganno
Venerdì 30 marzo 2012 – Vimercate – Centro Omnicomprensivo

Fonte: http://www.provincia.mb.it

da CineTeatro NUOVO | Arcore – Abitatori del Tempo.

Emanuele Severino, dopo la pubblicazione dell’ultimo libro LA MORTE DELLA TERRA, parla della sua filosofia, Mendrisio (Svizzera), 25 gennaio 2012

IL SIMPOSIO di Platone, Spettacolo Teatrale, Compagnia di CARLO RIVOLTA – DAVIDE GRIONI, Versione scenica di Carlo Rivolta e Nuvola de Capua Orchestra diretta da Alessandro Lupo Pasini Regia: Nuvola de Capua, al Centro culturale TEATRO DELLE ARTI, Gallarate, 9 marzo 2012

FILOSOFARTI 2012

ore 10:30 
IL SIMPOSIO di Platone

Spettacolo Teatrale
Chi: Compagnia di CARLO RIVOLTA – DAVIDE GRIONI

Versione scenica di Carlo Rivolta e Nuvola de Capua Orchestra diretta da Alessandro Lupo Pasini Regia: Nuvola de Capua Ingresso: E. 9 – Prenotazioni al 347/5052978

Mark Strand, Elegia per mio padre, lettura di Domenico Pelini

Emanuele Severino: molti sensi dell’altro

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