Politica

Warburton Nigel, Filosofia: i grandi temi, Il Sole 24 Ore, 2007

100-136

Giusto e Sbagliato

Warburton Nigel, Filosofia: i grandi temi, Il Sole 24 Ore, 2007

61-100

 

Dio

Warburton Nigel, Filosofia: i grandi temi, Il Sole 24 Ore, 2007

21-60

 

 

Jean Baudrillard, La morte naturale

Alla definizione biologica della morte e alla volontà logica della ragione corrisponde una forma ideale e standard di morte, che è la morte “naturale”.

E’ una morte ”normale” perché arriva “al termine della vita”.

Il suo stesso concetto nasce dalla possibilità di far arretrare i limiti della vita : vivere diventa un processo di accumulazione, e la scienza e la tecnica entrano in gioco in questa strategia quantitativa.

Scienza e tecnica non hanno affatto appagato un desiderio originale di vivere  il più a lungo possibile – è solo il passaggio dalla vita al capitale vita (a una valutazione quantitativa), attraverso una districazione simbolica della morte, che fa sorgere una scienza e una tecnica biomedica del prolungamento della vita

La morte naturale non significa quindi l’accettazione d’una morte che sarebbe nell’ “ordine delle cose”, ma una negazione sistematica della morte.

La morte naturale è quella che dipende giurisdizionalmente dalla scienza, e che ha la vocazione a essere sterminata dalla scienza.

Questo significa in chiaro: La morte è inumana,irrazionale, insensata, come la natura quando non è addomesticata (il concetto occidentale di “natura” è sempre quello d’una natura rimossa e addomesticata).

La buona morte è solo quella vinta e sottomessa alla legge : questo è l’ideale della morte naturale.

( da Jean Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, p. 179 )

 

Gabriele De Ritis, testo di adesione alla Accademia del Silenzio

Abbiamo interrogato il Silenzio lungo tutta la storia della nostra civiltà. Ognuno di noi conserva la personale bibliografia sull’argomento, magari un palchetto della biblioteca personale interamente dedicato ad esso.

L’intervallo che trascorre tra attesa e speranza è il luogo ideale per non smettere mai di interrogarsi su ciò che suscita inquietudine e angoscia.

Il silenzio più grande è quello delle donne, che non finiremo mai di ‘interrogare’.

Se “la creatura è nell’ascolto” (M.Cacciari), solo inchinandoci di fronte alla luce che promana dalle esistenze altre che riusciremo a fare spazio sufficiente dentro di noi per riuscire ad accogliere le voci e i volti che risuonano dentro di noi incessantemente.

Da: Accademia del Silenzio » Adesioni.

Mon belle ange, Mr L`abbe Bernard Lereboullet Petits Chanteurs De Toul


Mon belle ange, Mr L`abbe Bernard Lereboullet Petits Chanteurs De Toul
Fondée en 1958 (date de son affiliation aux Pueri Cantores) par l’Abbé Bernard Lereboullet, actuel directeur du groupe, la Manécanterie naissante grandit à l’ombre des tours la cathédrale de Toul

Orta San Giulio

Da: Tracce e Sentieri.

Angelicamente. Angeli sbucati da un mouse, di Papavero di Campo



in meno di un’ora si sono materializzati mentre neve di ghiaccio brilla sul tetto

tratti da: papavero di campo: Angelicamente. Angeli sbucati da un mouse.

POLIS, scheda di Emilio Lledó

Qual è il significato originario del termine pólis, che rimanda alla definizione aristotelica dell’uomo come animale politico?

Questo è un altro termine essenziale, poiché ne è derivata una cosa tanto importante come la politica.

Il termine “politica” è la traduzione, o meglio la traslitterazione, di un aggettivo greco: politikéTéchne politiké è la teoria della pólis, e la pólis era per i Greci uno spazio reale, un luogo, un topos, in cui si viveva.

Ma, oltre ad esprimere questo concetto di realtà storica, fisica, nella quale si abita,  pólis significava anche reticolo: un sistema di relazioni fra gli uomini, una forma di organizzazione della vita delle persone, degli individui che risiedevano in un certo territorio, che calcavano quel territorio, quella pólis, quella città.

Non è strano quindi che Aristotele abbia definito l’uomo, in modo così radicale e deciso, come zoon politikón, animale politico. Un animale esattamente uguale a tutti gli altri animali: un mammifero che respira, che digerisce, che vede, che sente, che è dotato di sensi esattamente come qualsiasi altro mammifero. Ma con una differenza essenziale: che deve vivere insieme ad altri, in comunità. È vero che ci sono altri animali – e Aristotele lo rammenta nel medesimo contesto dellaPolitica – che vivono in comunità, ma il modo di vivere in comunità di questi animali è un modo gregario – dice Aristotele – mentre l’uomo non vive gregariamente in una comunità, ma la costruisce, costruisce il suo sistema di relazioni, un sistema per rivolgersi agli altri, per organizzare gerarchicamente o in condizioni di eguaglianza i suoi rapporti con gli altri. Per questo è importante ricordare che Aristotele, nella stessa pagina in cui definisce l’uomo come animale politico, lo definisce anche come zoon logon echon, che significa, traducendo alla lettera, “animale dotato di parola”, o per meglio dire: “animale dotato dilogos.

È singolare che questa definizione aristotelica dell’uomo abbia dato origine all’altra famosa definizione “l’uomo è un animale razionale”. Non era questo che Aristotele intendeva. Egli voleva dire soltanto che l’uomo è un essere che parla, che muove la lingua – quella cosa così reale e così fisica che è la lingua – e muovendola produce un suono semantico, dei suoni che creano comunità, che creano polis, uno spazio collettivo. Dunque è interessante osservare che le due grandi definizioni aristoteliche dell’uomo – animale politico e animale dotato di logos – sono unite, poiché la politica ed il possesso del logos si necessitano reciprocamente.

Non esisterebbe politica, non esisterebbe reticolo collettivo, spazio di intelligenza collettiva, né gli uomini potrebbero vivere in società, in modo comunitario, se non parlassero o, per meglio dire, se non comunicassero fra loro. Questo punto di vista è interessante anche in una società come la nostra. Considerando l’ideologia che sottostava alle definizioni di Aristotele, non credo che il filosofo greco approverebbe il nubifragio, l’inondazione di parole, di termini ai quali non pensiamo e coi quali a mala pena comunichiamo nell’epoca delle comunicazioni di massa. Penso alla solitudine che la vita contemporanea comporta.

Mai come oggi l’uomo ha avuto tanti mezzi di comunicazione, e tante possibilità per essere in contatto con gli altri (il telefono, la radio, la televisione, la stampa). Ma, nonostante l’immensa quantità di tali mezzi, l’uomo è più solitario, più indifeso, più scoraggiato e disperato che mai. I filosofi, gli intellettuali, gli scrittori, e in generale ogni persona cosciente del nostro mondo dovrebbe a mio avviso affrontare questo problema così doloroso, importante e difficile.

La filosofia – e mi riferisco in particolare alla riflessione sul linguaggio, alla riflessione sulla capacità degli uomini di comunicare fra loro – è sempre stata una coscienza critica all’interno della storia, una riflessione sulla vita, sui problemi concreti degli uomini. Sempre, in ogni epoca, il pensiero filosofico è sorto dal rapporto dell’uomo con il suo mondo. E perciò, per quanto la filosofia sia progredita o si sia professionalizzata, non c’è nulla di più sbagliato dell’opinione che il filosofo sia un personaggio immerso in un mondo di idee che nessuno comprende, di problemi che non interessano nessuno. Questo è assolutamente falso. Qualsiasi pensiero filosofico, qualsiasi questione filosofica è sorta in rapporto con il reale, con gli uomini.

Molti sono gli esempi che potremmo riportare a questo proposito. Penso al famoso testo di Epicuro, dove si legge che sarebbe cattiva la filosofia che non servisse per curare alcune malattie degli uomini. È chiaro che oggi le malattie degli uomini si curano con la medicina e non con la filosofia. Ma la scienza – la medicina, la fisica, la chimica – dovrebbe basarsi su un sostrato che, in qualche modo, si ponga i problemi dell’umanesimo. È vero che la parola “umanesimo” è molto decaduta: è stata usata molto e molto spesso è stata svenduta e corrotta. Ma l’ideale dell’umanesimo, l’ideale dell’illuminismo, oggi più che mai, va resuscitato.

da: LE PAROLE CHIAVE DELLA FILOSOFIA GRECA.

Eudaimonía, scheda di Emilio Lledó

Eudaimonía si potrebbe tradurre, con una certa approssimazione, usando la parola “felicità”. Ma il campo semantico del termine eudaimonía, ovvero ciò che questa parola comprende, è molto più ampio.

All’inizio di quello che forse è il primo grande libro sull’etica, sulla struttura del comportamento degli uomini – l’Etica Nicomachea di Aristotele – si dice che tutti gli uomini, com’è ovvio, perseguono il bene, ovvero ciò che è loro utile, che non distrugge, ma arricchisce la loro personalità, consentendole di svilupparsi, di continuare a vivere, di permanere nell’essere.

Prima di acquisire un senso filosofo più tecnico, più complesso, la parola “bene” aveva dunque questo significato semplice, elementare. Quando si persegue il bene e ciò che questa parola indica, dice Aristotele, si persegue nello stesso tempo la felicità, la eudaimonía.

Eudaimonía è una parola molto bella, molto interessante. Essa è composta da due termini. Il primo è eu: bene, buono, in modo buono. L’altro è daímonDaímon significa demonio, o meglio un piccolo dio, o un dio particolare: il termine non si riferisce dunque alla possibilità dell’essere umano di conseguire la propria felicità, bensì a ciò che gli dei, questi dei minori, per così dire, possono accordarci.

In un passo dell’Etica Nicomachea Aristotele cita un brano della tragedia greca in cui si afferma che chi ha un buon daímon non ha bisogno di amici. Sembrerebbe dunque che la felicità sia indipendente da noi. E perciò, in un primo momento, la parola “felicità” è legata a ciò che ci viene da altri esseri, da altre forze; ciò che ci viene offerto da misteriosi personaggi che, gratuitamente e liberamente, ad alcuni concedono beni, e ad altri li negano.

È chiaro che questa prima idea di felicità derivava da una concezione, o meglio da un’ideologia, legata alla constatazione che c’era chi aveva molto e c’era chi aveva poco.

Il mondo era avaro, la vita era povera o, per meglio dire, i beni erano scarsi. E i Greci, colpiti dall’arbitrarietà nella ripartizione dei beni, pensavano che essa fosse dovuta allo eudaímon, a un piccolo dio, a un duende (un folletto, per dirlo nello spagnolo tipico dell’Andalusia, alla Garcia Lorca), che dava agli uni e agli altri negava. Questa idea di felicità, di eudaimonía, conosce tuttavia un’evoluzione durante il corso della filosofia greca, e in Aristotele ha già assunto quel secondo aspetto per il quale l’eudaimonía è qualcosa che si può conseguire, che dipende dalle energie e dalle possibilità umane.

Di conseguenza l’eudaimonía, la felicità, non è più uno stato passivo, di esclusivo godimento corporale. La felicità è un processo, una lotta. La ricerca della felicità è connessa, oltre che con un godimento personale, un’intima soddisfazione, con una tensione, un percorso, un progresso verso una struttura di adeguamento dell’io, della persona, del soggetto, al mondo circostante. Intesa in questo senso, l’eudaimonia può diventare un processo democratico – e possiamo constatarlo nella storia della filosofia greca – collegandosi con l’evoluzione di una società in cui ormai non si dipende più da quanto gli dèi – il daímon – ci concedevano arbitrariamente. L’eudaimonia entra così in rapporto con le possibilità offerte da una società nella quale tutti gli elementi che la compongono collaborano a un progetto comune. La felicità dell’individuo, del soggetto, si trova perciò ad essere condizionata e determinata dalla creazione di felicità per gli altri; i quali, da parte loro, ci rispondono consentendoci di realizzare, nello spazio sociale, la nostra propria, personale, felicità.

La parola eudaimonía è in effetti una parola-chiave perché corrisponde ai bisogni individuali e collettivi legati a quel “bene comune” che pone gli uomini in tensione reciproca e che tutti cercano per la propria soddisfazione, come rapporto con il mondo attraverso il proprio io.

da: LE PAROLE CHIAVE DELLA FILOSOFIA GRECA.

Baldo Lami, ho conosciuto Parmenide con Silvia Montefoschi, poichè il suo pensiero parte dallo stesso assioma …

grazie dell’inserimento paolo e del commento di grazia in cui mi riconosco. io ho conosciuto parmenide con silvia montefoschi, poichè il suo pensiero parte dallo stesso assioma che l’essere è e il non essere non è, e che l’essere coincide col pensiero, cui attiene anche (nella montefoschi) il principio evolutivo che lo porta poi la essere ciò che è nel punto momento consapevole di sè. poi l’ho ritrovato anche in emanuele severino citato da paolo che ho approcciato dopo in ordine di tempo, col suo ritorno a parmenide come lotta di resistenza al nichilismo contemporaneo che ha ormai salde radici anche in filosofia. una cosa poi mi ha colpito del brano riportato, vi si dice a un certo punto: “perché è l’incapacità che nel loro petto dirige l’errante mente”, che mi fa pensare che anche in parmenide ci sia la cosapevolezza che la mente, forse non solo quella errante ma anche quella verace, sia governata dalla capacità del petto, ossia dalla forza cuore. ciao baldo

Il lógos nel Vangelo di Giovanni, SWIF – Sito Web Italiano per la Filosofia

Il lógos nel Vangelo di Giovanni

E’ la volta del Vangelo di Giovanni. Anche qui si possono fornire i versetti che interessano, oppure, e ancora meglio, una parte del Prologo (1,1-14).

[1] In principio era il Verbo (o lógos), il Verbo era presso Dio eil Verbo era Dio.

[2] Egli era in principio presso Dio:

[3] tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.

[4] In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini;

[5] la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta.

[6] Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni.

[7] Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui.

[8] Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce.

[9] Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.

[10] Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe.

[11] Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto.

[12] A quanti però l’ hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome,

[13] i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.

[14] E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità.

Dopo aver precisato che la versione CEI, come molte altre, rendono lógos, con Verbo, si possono invitare gli alunni a sottolineare tutti gli aspetti di comunanza con Eraclito. Alla fine del lavoro, dovrebbero essere messi a fuoco 5 elementi.

    • Il lógos giovanneo è espresso in forma assoluta, come quello eracliteo (1,1. 14);
    • E’ da sempre, eterno (1,1. 2)
    • E’ mediatore di tutte le cose (1,3) (si ricordi il « secondo il lógos » di Eraclito);
    • Illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Gv. 1,4. 9), e quindi è accessibile a tutti, come quello eracliteo;
    • Anche se la luce del lógos raggiunge ogni uomo, la maggioranza non lo riconosce (1,10-11).

Se la classe riesce a definire gli elementi comuni, l’ipotesi di partenza risulta rafforzata, nel senso che gli accostamenti non richiedono forzature.

A questo punto occorre introdurre un’ipotesi interpretativa. Appurato un certo parallelismo e precisato che in Eraclito il termine viene usato in senso assoluto, mentre in altri pensatori ricorre in senso relativo, fatta eccezione per la ripresa stoica del concetto eracliteo, si può supporre che l’uso del termine in senso assoluto, senza premesse esplicative, sia anaforico, ovvero rimandi ad un concetto già presente nella mente del lettore greco di media cultura. Inoltre, se si accettano le odierne ipotesi circa l’origine efesina del Vangelo di Giovanni, si può concludere che il Prologo si innesti su una precomprensione eraclitea appartenente ad un lettore medio, che doveva disporre di un repertorio culturale che gli consentisse di identificare immediatamente il lógos giovanneo con quello di Eraclito.

La seconda ora si conclude con la definizione del metodo fin qui impiegato. Si tratta del metodo del lettore implicito, con il quale «intendiamo i primi lettori cui l’autore rivolse la sua opera e che nell’opera stessa vengono implicitamente configurati. L’autore destinò la sua opera a dei lettori concreti, cui egli stesso direttamente o indirettamente si rivolge » (Segalla, cit., pag. 75).

 

da: SWIF – Sito Web Italiano per la Filosofia.

frammenti di Eraclito, dove ricorre la parola Lógos, SWIF – Sito Web Italiano per la Filosofia

frammenti di Eraclito, dove ricorre la parola Lógos. Numerazione Diels-Kranz, versione italiana di Gabriele Giannantoni, Laterza, 1975, salvo altra indicazione.

    • Di questo lógos che è sempre gli uomini non hanno intelligenza, sia prima di averlo ascoltato sia subito dopo averlo ascoltato; benché infatti tutte le cose accadano secondo questo lógos, essi assomigliano a persone inesperte, pur provandosi in parole e in opere tali quali sono quelle che io spiego, distinguendo secondo natura ciascuna cosa e dicendo com’è. Ma agli altri uomini rimane celato ciò che fanno da svegli, allo stesso modo che non sono coscienti di ciò che fanno dormendo. [fr. 1]
    • Bisogna dunque seguire ciò che è comune. Ma pur essendo questo lógos comune, la maggior parte degli uomini vivono come se avessero una loro propria e particolare saggezza. [fr. 2]
    • […] il fuoco, ad opera del lógos e del dio che governa tutte le cose, è trasformato, passando per l’aria, in umido, che è come il seme dell’ordine universale e che egli chiama «mare»; [dal fr. 31]
    • A Priene nacque Biante, figlio di Teutames: la sua espressione [lógos] è superiore a quella degli altri. [Colli, A 103]
    • Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima: così profondo è il suo lógos. [fr. 45]
    • Ascoltando non me, ma il lógos, è saggio convenire che tutto è uno. [fr. 50]
    • Da questo lógos, con il quale soprattutto continuamente sono in rapporto e che governa tutte le cose, essi discordano e le cose in cui ogni giorno si imbattono essi le considerano estranee. [fr. 72]
    • L’uomo stupido ama stupirsi di ogni discorso [lógos]. [fr. 87]
    • Di tutti coloro di cui ho ascoltato i discorsi [logous] nessuno è arrivato al punto di riconoscere che ciò che è saggio è separato da tutti. [fr. 108]
    • E’ proprio dell’anima un lógos che accresce se stesso. [fr. 115]

Per prima cosa, si farà notare che in sei occorrenze la parola è usata in senso assoluto: il lógos; mentre in altre cinque il termine è sinonimo di «parola», «discorso», «espressione». Fatta notare la vastità dell’area semantica, si propone di connotare questo lógos in base alle sei occorrenze in cui esso viene usato in senso assoluto. Ne risulterà che

    • il lógos è sempre, quindi eterno (fr. 1);
    • il lógos è comune a tutti (fr. 2) e governa tutte le cose (frr. 31 e 72);
    • non viene ascoltato (fr. 50) dall’uomo che preferisce le proprie opinioni personali (fr. 2);
    • la maggioranza degli uomini non ha intelligenza del lógos (fr. 1), mentre, se lo ascoltasse, perverrebbe a scoprire che tutto è uno (fr. 50).

da: SWIF – Sito Web Italiano per la Filosofia.

Grazia Apisa su Parmenide

Parmenide: L’Essere è
Il non essere non è
Da questa fondamentale asserzione ,secondo cui l’essere coincide con il pensabile e il non essere con l’impensabile e l’inesprimibile, si giunge all’asserzione che pensare e pensare che è sono indissolubili: infatti senza l’essere non è il pensare, senza il pensare non è l’essere
Pensare e pensare che è trattano l’identico.
Sono la stessa cosa.
Da questo enunciato parmenideo Aristotele formulerà il principio di non contraddizione ,su cui fonderà la Logica.
Queste tematiche mi hanno appassionato sin dai primi incontri con il pensare filosofico. Ogni filosofo dovrà fare i conti con questa nascita
del pensiero e percorrere le tappe della sua evoluzione in se stesso,prima ancora che nei libri di storia della filosofia.Infatti la filosofia nasce dallo stupore che pone nell’essere la domanda.Ogni soggetto umano è potenzialmente filosofo. Questo evento del pensiero riguarda tutti

Grazia Apisa

PARMENIDE

Parmenide

Parmenide nacque ad Elea, l’odierna Velia, in Campania, intorno al 540 a.C., ed ivi morì, non si sa bene quando, dopo avervi trascorso la vita intera ed avere acquisito benemerenze presso i concittadini, preparando per la città ottime leggi. Recentemente proprio a Velia è stato trovato un busto che lo ritrae: segno che era molto onorato. Secondo Platone e Aristotele, Parmenide fu scolaro di Senofane, secondo altri di un pitagorico, un certo Aminia: entrambe le notizie sono probabili anche se Parmenide manifestò un’originalità ed una potenza di pensiero indubbiamente superiori a quelle di tutti i suoi predecessori.

Platone, che gli ha intitolato uno dei suoi più importanti dialoghi e parla spesso di lui, lo ha chiamato «venerando e insieme terribile», e Aristotele, che pure ne parla a lungo, pur dissentendo radicalmente da lui, gli ha riconosciuto una grande capacità di penetrazione.

Parmenide scrisse in versi, come Senofane, un solo poema, intitolato tradizionalmente Sulla natura, che aveva fama di essere oscuro e del quale ci è pervenuto un centinaio di esametri.

Sulla natura

  • L’essere e il non essere
    Sulla natura, frr. 2; 6; 8

Fr. 2  Orbene io ti dirò e tu ascolta attentamente le mie parole,

quali vie di ricerca sono le sole pensabili:

l’una che è e che non è possibile che non sia,

è il sentiero della Persuasione (giacché questa tien dietro alla Verità);

l’altra che non è e che è necessario che non sia1,

questa io ti dichiaro che è un sentiero del tutto inindagabile:

perché il non essere né lo puoi pensare (non è infatti possibile),

né lo puoi esprimere 2.

Fr. 6  Bisogna che il dire e il pensare sia l’essere: è dato infatti essere,

mentre nulla non è; che è quanto ti ho costretto ad ammettere.

Da questa prima via di ricerca infatti 3,

eppoi inoltre da quella per la quale mortali che nulla sanno

vanno errando, gente dalla doppia testa. Perché è l’incapacità che nel loro

petto dirige l’errante mente; ed essi vengono trascinati

insieme sordi e ciechi, istupiditi, gente che non sa decidersi,

da cui l’essere e il non essere sono ritenuti identici

e non identici, per cui di tutte le cose reversibile è il cammino 4.

Fr. 8  Ma tu da questa via di ricerca allontana il pensiero

né l’abitudine nata dalle molteplici esperienze ti costringa lungo questa via,

a usar l’occhio che non vede e l’udito che rimbomba di suoni illusori

e la lingua, ma giudica col raziocinio la pugnace disamina

che io ti espongo. Non resta ormai che pronunciarsi sulla via

che dice che è 5.  Lungo questa sono indizi

in gran numero. Essendo ingenerato è anche imperituro,

tutt’intero, unico, immobile e senza fine 6.

Non mai era né sarà, perché è ora tutt’insieme,

uno, continuo. Difatti quale origine gli vuoi cercare?

Come e donde il suo nascere? Dal non essere non ti permetterò né

di dirlo né di pensarlo. Infatti non si può né dire né pensare

ciò che non è. E quand’anche, quale necessità può aver spinto

lui, che comincia dal nulla, a nascere dopo o prima?

Di modo che è necessario o che sia del tutto o che non sia per nulla.

Giammai poi la forza della convinzione verace concederà che dall’essere

alcunché altro da lui nasca. Perciò né nascere

né perire gli ha permesso la giustizia disciogliendo i legami,

ma lo tien fermo. La cosa va giudicata in questi termini;

è o non è.  Si è giudicato dunque, come di necessità,

di lasciar andare l’una delle due vie come impensabile e inesprimibile (infatti non è la via vera) e che l’altra invece esiste ed è la via reale.

L’essere come potrebbe esistere nel futuro? In che modo mai sarebbe venuto all’esistenza?

Se fosse venuto all’esistenza non è e neppure se è per essere nel futuro.

In tal modo il nascere è spento e non c’è traccia del perire 7.

Neppure è divisibile, perché è tutto quanto uguale.

Né vi è in alcuna parte un di più di essere che possa impedirne la contiguità,

né un di meno, ma è tutto pieno di essere.

Per cui è tutto contiguo: difatti l’essere è a contatto con l’essere8.

Ma immobile nel limite di possenti legami

sta senza conoscere né principio né fine, dal momento che nascere e perire

sono stati risospinti ben lungi e li ha scacciati la convinzione verace 9.

E rimanendo identico nell’identico stato, sta in se stesso

e così rimane lì immobile; infatti la dominatrice Necessità

lo tiene nelle strettoie del limite che tutto intorno lo cinge:

perché bisogna che l’essere non sia incompiuto:

è infatti non manchevole: se lo fosse mancherebbe di tutto.

È la stessa cosa pensare e pensare che è:

perché senza l’essere, in ciò che è detto,

non troverai il pensare: null’altro infatti è o sarà,

eccetto l’essere, appunto perché la Moira lo forza

ad essere tutto intiero e immobile 10. Perciò saranno tutte parole,

quanto i mortali hanno stabilito, convinti che fosse vero:

nascere e perire, essere e non essere,

cambiamento di luogo e mutazione del brillante colore11.

Ma poiché vi è un limite estremo, è compiuto

da ogni lato, simile alla massa di ben rotonda sfera

di ugual forza dal centro in tutte le direzioni;

che egli infatti non sia né un po’ più grande né un po’ più debole qui o là è necessario.

Né infatti è possibile un non essere che gli impedisca di congiungersi

al suo simile, né c’è la possibilità che l’essere sia dell’essere

qui più là meno, perché è del tutto inviolabile.

Dal momento che è per ogni lato uguale, preme ugualmente nei limiti 12.

Con ciò interrompo il mio discorso degno di fede e i miei pensieri

intorno alla verità: da questo punto le opinioni dei mortali impara

a conoscere, ascoltando l’ingannevole andamento delle mie parole 13.

Perché i mortali furono del parere di nominare due forme,

una delle quali non dovevano – e in questo sono andati errati 14 –;

ne contrapposero gli aspetti e vi applicarono note

reciprocamente distinte: da un lato il fuoco etereo

che è dolce, leggerissimo, del tutto identico a se stesso,

ma non identico all’altro, e inoltre anche l’altro [lo posero] per sé

con caratteristiche opposte, [cioè] la notte senza luce, di aspetto denso e pesante 15.

Quest’ordinamento cosmico, apparente come esso è, io te lo espongo compiutamente,

cosicché non mai assolutamente qualche opinione dei mortali potrà superarti 16.

I Presocratici, Testimonianze e frammenti, Laterza, Roma-Bari 1981, vol. I, pp. 271-77 (trad. di P. Albertelli)

Note al testo

1. Come si vede, manca il soggetto delle espressioni «che è» e «che non è» (le parentesi uncinate racchiudono espressioni aggiunte al testo dall’editore o dal traduttore). Tra le diverse ipotesi che gli studiosi hanno formulato, le più note, oltre a quella per cui Parmenide avrebbe volutamente taciuto il soggetto, consistono nel considerare come soggetto l’essere o le vie stesse.
2. Sostenere che qualcosa «non è», significherebbe ammettere che si può pensare o dire il nulla. Ciò è tuttavia impossibile, perché equivarrebbe a non pensare o a non dire. Evidentemente qui i concetti di essere e non essere sono intesi in senso assoluto: «non è», infatti, non sta ad indicare il «non essere qualcosa», ossia essere qualcosa di diverso – come proporrà Platone –, ma proprio il «non essere affatto».
3. La dea dunque conferma che l’essere è e il nulla non è, e che questo è necessario che sia ammesso dal giovane. Non ha perciò senso che la stessa dea inviti il giovane a «tenersi lontano» da questa via: colmare una lacuna del testo greco – la cui presenza è resa evidente dalla metrica – con l’espressione «ti allontano» (èirgo), proposta da alcuni studiosi, non sembra in questo caso troppo opportuno, e forse è da preferire l’espressione «comincia» (àrxei), suggerita da altri.
4. Parmenide illustra qui le conseguenze inaccettabili a cui vanno incontro coloro che, non rispettando l’insegnamento della dea, ammettono non solo l’essere, ma anche il non essere, e sono perciò paragonabili a uomini con una «doppia testa». Pretendere dunque di seguire la via «impercorribile» significa cadere in una vera e propria contraddizione. Il cenno finale all’identità degli opposti e alla reversibilità del cammino sembra contenere un implicito riferimento alle dottrine di Eraclito (cfr. Frr. 59-60), e alcuni studiosi ritengono che ciò sia effettivamente possibile.
5. Rivelatasi impercorribile la via per cui, a causa anche dell’abitudine, si attribuisce realtà al non essere, Parmenide vede nella ragione l’unico mezzo che consente di percorrere la via della Verità, ossia quella «che è».
6. Sono qui elencati alcuni caratteri dell’essere sui quali si argomenterà nelle righe immediatamente successive.
7. Anzitutto l’essere non si è generato e non può perire, ossia è eterno. Infatti, se per esempio si fosse generato, avrebbe potuto generarsi o dal non essere o dall’essere. Ma dal non essere non sarebbe stato possibile, in quanto, appunto, questo non è. Se invece si fosse generato dall’essere, allora sarebbe stato già (essere).
8. L’essere è uno e tutto pieno, in quanto è indivisibile ed è essere nella stessa misura in ogni sua parte. Se infatti in qualche parte non vi fosse essere, questa sarebbe non essere, il quale però non è.
9. L’essere è immobile, perché, se non può né nascere né morire, significa che non è soggetto a mutamento.
10. L’essere è compiuto e limitato, cioè perfetto, come la ragione ci induce necessariamente ad ammettere (la Necessità). Esso infatti non può non essere finito, ossia mancare di qualcosa, perché è tutto essere.
11. I mortali usano molti nomi, e per di più opponendoli l’uno all’altro, per indicare quella che essi ritengono sia la realtà, senza rendersi conto che quest’ultima è invece sempre e solo l’essere.
12. Per il fatto di possedere tutti i caratteri appena discussi, l’essere per Parmenide rimanda all’immagine della sfera, che in effetti nel mondo greco rappresentava la compiutezza e la perfezione.
13. Parmenide ritiene di dover esaminare, oltre alla via della Verità, anche le opinioni dei mortali, le quali cercano di dare ragione dell’aspetto sensibile della realtà, ossia di come essa «appare». Se pertanto la dea fa notare che l’ordine delle sue parole è ingannevole, ciò va inteso non nel senso che ella voglia ingannare il giovane, bensì nel senso che il discorso che si appresta a fare non è più quello relativo all’essere, e perciò alla verità, ma a ciò che «appare» agli uomini, e perciò alla semplice opinione, nel qual caso ci si può anche ingannare.
14. Le due forme sono il fuoco e la notte, nominate subito sotto. Quanto all’errore commesso dai mortali, la traduzione qui citata segue una delle possibili interpretazioni del testo, per cui il fuoco sarebbe l’espressione sensibile dell’essere e la notte quella del non essere: da ciò consegue che, poiché il non essere non è, i mortali non avrebbero dovuto ammettere, accanto al fuoco, anche la notte. Le più recenti interpretazioni invece, tendenti a rivalutare l’opinione, e quindi la fisica parmenidea, ritengono che l’errore dei mortali consista nell’aver in qualche modo tenute «separate» le due forme, «l’unità delle quali non è necessario» (traduzione alternativa) secondo loro ammettere, laddove avrebbero dovuto accorgersi che, poiché il fuoco «è» e la notte «è», allora entrambi «sono», e ciò costituisce appunto la loro necessaria unità.
15. Fuoco e notte sono dunque le due forme che, secondo l’opinione, costituiscono i princìpi del mondo sensibile («ordinamento cosmico»), sia nel senso che ne sono la spiegazione, sia nel senso che ne sono gli elementi primi.
16. Parmenide ritiene dunque che la tesi appena citata sia l’opinione più alta che i mortali possano esprimere riguardo al mondo sensibile, e in quanto tale costituisce parte integrante della rivelazione della dea (il termine «apparente» traduce il greco eikòta, e dunque va inteso nel senso di «verosimile», cioè simile al vero).

DA: Alef Archivio Educazione Filosofica, Laterza.


Marcel Proust, ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO, À la recherche du temps perdu

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO, À la recherche du temps perdu

Vasta opera narrativa di Marcel Proust (1871-1922), in sette parti pubblicato tra il 1913 e il 1927.

Nella prima, Dal lato di casa Swann [Du cóté de chez Swann], pubblicata nel 1913, l’autore, con delicata, penetrante diffusione racconta la sua fanciullezza timida di ragazzo nervoso, nella cittadina di Combray, ove la famiglia passava lunghi mesi dell’anno: tutto un piccolo mondo intorno al 1880, che pel ragazzo si allarga con due mondi confinanti appena intravisti. Uno è quello di casa Swann, un finissimo gentiluomo accolto con la più alta stima dai genitori di Marcel, che però non conoscono, non ricevono sua moglie (una ex-cocotte) e la figlioletta. L’altro è il mondo dei duchi di Guermantes, che allo spirito incantato del fanciullo appaiono quasi ancora i signori feudali del luogo. Dello squisito, incantevole Swann l’autore passa a narrare (come appreso più tardi) l’intenso e malinconico romanzo che l’aveva condotto a quel matrimonio: l’amore sottile, invadente, travolgente per una cortigiana, Odette de Crécy, che aveva cercato, seguito nell’ambiente tanto a lui diverso dei Verdurin, borghesi ricchi e vanitosi. Ogni spasimo di gelosia aveva sofferto per lei. È un lungo racconto quasi a parte – Un amore di Swann [Un amour de Swann] – d’una profondità e compiutezza classiche. Marcel giovinetto incontrerà poi al Bosco di Boulogne la piccola Gilberta, la figlia di Swann e di Odette, e sarà un amore fanciullesco, tenero e tirannico. Esso occuperà ancora quasi tutta la prima parte di All’ombra delle fanciulle in fiore [À l’ombre des ieunes filles en fleurs], pubblicato nel 1919, incerto e delizioso poi si spegnerà a poco a poco, quando Marcel pensa debba rafforzarsi nell’assenza, per un capriccio essendosi imposto di non vedere la fanciulla. Intanto il padre di lei, il gran signore, il dilettante finissimo, s’é mutato per il suo matrimonio, appare sempre più imborghesito e preoccupato; trionfante e pur bonaria è Odette, con l’alta società che la tiene ancora lontana, ma la conosce, la segue nella sua certa ascesa. E fra tante figure dello sfondo meglio conosciamo lo scrittore Bergotte (che molto ricorda Anatole France), il diplomatico Norpois e il grande medico Cottard. Quando è lontana la passione per Gilberta, alla spiaggia di Balbec, dov’è andato con la vecchia nonna, Marcel ammira un gruppo di amiche, Albertina Simonet, Andreina, Gisella, Rosamonda, e certo ama la prima più delle altre; ma un po’respinto da lei, esita fra le altre, nella lunga estate. E avvicina il pittore Elstir, la cui esperienza artistica tanto lo interesserà; conosce il barone di Charlus, fratello del duca di Guermantes, e il loro nipote Roberto di Saint-Loup, entrando così un poco, di lontano, in quel mondo sognato come inaccessibile. Più vi si accosta nel Lato di Guermantes [Le côté de Guermantes], edito nel 1920, quando a Parigi la sua famiglia abita un appartamento nel palazzo dei duchi, ed egli spesso vede la duchessa Oriana, sente di amarla, ancora lontana e già vicina, mentre più intima si fa la sua amicizia col nipote di lei Saint-Loup. Le è presso quando va in casa della signora Villeparisis, zia della duchessa, un ambiente un po’misto ed equivoco ov’è ammessa anche Odette (ma Oriana evita di parlarle); poi giunge finalmente alla vetta sognata, è invitato a pranzo dalla nobilissima signora. Ora non la ama più (gli è riapparsa Albertina, e sembra meno restia), ma gusta assai quella società, quello spirito, che in Oriana meglio gli si dimostra, e non è proprio superiorità o lontananza, ma un senso di semplicità, di “antico”, quale si trova presso i contadini. È il momento dell'”affaire Dreyfus”, dreifusardo è non solo Swann, israelita (sua moglie invece affetta il nazionalismo, ciò che la avvicina sempre più all’aristocrazia), ma anche Saint-Loup, per onesto liberalismo, e i Verdurin, ancora lontani dalla più alta società, cui pure mirano con qualche aperto disdegno e molto segreto desiderio. Marcel ha la rivelazione del vizio di Charlus, quindi la spiegazione di tutte le stranezze che sono nel carattere, nei modi del gran signore effemminato, semplice e aristocraticissimo.

In Sodoma e Gomorra [Sodome et Gomorrhe], del 1922 trascinato dalla passione pel giovane musicista Morel, Charlus eutra nel mondo dei Verdurin; qualche altro nobile frequenta già i ricchi borghesi, i quali lentamente si avvicinano all’aristocrazia, ove Odette è ormai accolta quasi da tutti. Tornato una seconda volta a Balbec, Marcel soffre acutamente la morte della nonna, come non aveva fatto quando essa era venuta meno, qualche tempo prima: un altro esempio delle “intermittenze del cuore” minuziosamente indagato. Qui è Albertina, cui si è riavvicinato e pare voglia staccarsene tranquillamente, poiché insomma sente di non amarla. Ma quando ha più certo il sospetto che ella sia dedita a Gomorra (così aveva anche sofferto un tempo Swann per Odette), quasi per impedire la caduta, o la ricaduta di lei, sente di amarla, pensa a sposarla. Siamo agl’inizi del Novecento: si spengono gli ultimi echi del processo Dreyfus, è la gran voga dei balletti russi, il clima di Pelleas e Melisenda (v.) del Debussy.

Nella Prigioniera [La prisonnière], del 1923, Marcel conduce Albertina a Parigi, la tiene in casa sua, soli coi servi: vivono come fidanzati. Ma solo la gelosia tien vivo il suo amore, che è stanco, indifferente, quando non lo punge il sospetto doloroso; l’idea di lasciarla, di riprendersi la sua libertà, cede ogni volta che ha la certezza del vizio, delle menzogne di lei. Allora la tiene più chiusa, vigilata, in una prigionia che finirà per esserle intollerabile. I Verdurin, trattati una volta senza riguardo dal barone di Charlus, si vendicano guastandolo con Morel, che gli rivolta con una durezza di cui il barone soffre con strazio sincero. Albertina sembra più irretita nelle sue menzogne, la sua clausura si fa più stretta: in un momento di calma, in cui i due giovani sono più vicini, riconciliati, ella fugge. Orfana, quasi indipendente, aveva potuto restare così a lungo con Marcel.

In Albertina sparita [Albertine disparue] del 1925, il giovane ora soffre immensamente dell’abbandono: cerca Albertina, pensa ogni mezzo per farla tornare. Ma essa muore per un incidente in una passeggiata a cavallo, quando pareva disposta a raggiungere l’amico, il cui dolore è acuito dalla gelosia postuma. E quando il sospetto diverrà tutta certezza, quando saprà che ella era veramente colpevole, lo strazio non si lenirà, come un tempo per la presenza dell’amata. Siamo verso il 1910, i primi velivoli, il ritiro di Delcassé. Lentamente, anche al grande strazio di Marcel succede l’oblio, e dopo sussulti, ritorni dolorosi dell’amaro ricordo, l’indifferenza. Perché egli non è più il Marcel di prima, quello cui Albertina interessava: così noi cessiamo di soffrire perché incessantemente muta il nostro essere, diviene altro da quello che aveva sofferto. Riappare Gilberta, adottata da Forcheville, il nuovo marito di Odette dopo la morte di Swann: col nuovo cognome, ora anche la duchessa di Guermantes riceve l’antica cocotte. E diventano parenti: Gilberta sposa Roberto di Saint-Loup, tanto mutato dal fine giovane che conoscevamo, poiché in lui, pur sempre signore e liberale, s’è manifestata l’anormalità dello zio Charlus. Egli trova la morte nella guerra. Quando, venuta la pace – Il tempo ritrovato [Le temps retrouve], del 1927 -, Marcel, che ha passato quegli anni in una casa di salute, torna a Parigi, sembra compiuta la fusione delle caste, poiché un cugino del duca, il principe di Guermantes, ha sposato in seconde nozze la signora Verdurin, rimasta vedova. Non questo però impressiona tanto Marcel, quanto il mutamento di tutti i conoscenti, per l’età, la vecchiaia: quasi una indicibile fantasmagoria. Tuttavia non s’arresta, non si perde dilettantescamente col mondo così mutato come avrebbe fatto uno Swann, ma pensa che può ritrovare quegli uomini, quelle donne quali furono, può ritrovare se stesso e il tempo perduto, fissandolo con l’opera dell’arte, dello stile. Questa la missione cui dedicherà, lontano dal mondo, la vita che gli rimane. E l’opera, fortunatamente condotta a termine dall’autore malatissimo, usciva postuma per buona parte, con qua e là qualcosa di affrettato e provvisorio negli ultimi volumi. Scarsa la risonanza del Lato di casa Swann, nel 1913; il grande successo si delineò nel 1919 con All’ombra delle fanciulle in fiore, dopo di che l’opera sempre meglio rivelò la sua portata, apparve una delle maggiori creazioni della letteratura del Novecento. Presto fu notata l’imponente vastità balzacchiana, quasi di una nuova Commedia umana (v.), ritraente la vita, la società francese dagl’inizi della Terza Repubblica alla guerra 1914-18. Come Balzac, Proust ha creato una folla di persone, che vivono con tutti i segni della vita, nella loro realtà umana e sociale, indagate da uno psicologo nuovo, sottile, penetrante: Swann, Charlus, Saint-Loup, i Verdurin, Odette, la vecchia serva Francesca, e Marcel (che ha tante cose dell’autore, ma ha poi un’esistenza sua), e molti altri: tutto un mondo. Come documento di quei nove lustri, nella minuziosità appassionata con cui tutto è notato, gli uomini, il costume, il pensiero, perfino nell’interesse per la nobiltà, còlta nell’inevitabile decadenza con una simpatia appena lievemente ironica, il libro ha ricordato Saint-Simon e le sue Memorie (v.). Oltre che memorialista, Proust vi appare moralista della più grande linea, perché il racconto spesso cede a dissertazioni diffuse, sinuose, intorno al tempo, la memoria, il sonno, l’amore, la gelosia, per cui la Ricerca ha fatto pensare ai Saggi (v.) di Montaigne. L’opera è anche la confessione dello scrittore, il racconto della sua vittoria sulla dissipatrice vita mondana, sul tempo, per mezzo dell’arte; è la testimonianza di una grandiosa esperienza artistica, rivelante un concetto estetico in cui Ruskin, Baudelaire, Bergson e i simbolisti sono ripresi e superati. Questa diversità e ricchezza che tanto innalza la Ricerca, e insieme la fa sembrare opera disparata, mal definibile, non deve nascondere la sua prima essenza, di racconto, di storia tutta umana, vasta e lenta, ma legata da un ordine visibile e segreto, da rispondenze ideali, da “ritorni” musicali, tra cui quello della “sonata” di Vinteuil è solo il più vistoso e illustre. Con le sue originali scoperte, per cui furon rinnovati il romanzo e l’indagine psicologica, coi modi a volte inconsueti, rimane tuttavia racconto dell’eterna commedia, dell’eterno dramma umano. La materia, che nella prima parte sembrò persino un po’trita, con l’estetismo di Swann e dell’autore (una delle cause del poco successo iniziale), è improntata dal pensiero, dalla visione nuova. La realtà esteriore, coperta dalla vita pratica, dall’uso sociale, dall’abitudine, è da noi veramente appresa quando è spiritualizzata, sciolta nella nostra vita interiore, ricreata dalla fresca intuizione: la personalità umana, fluida, discontinua, mutevole, è rivelata a se stessa dal sogno, dalle fresche impressioni che, serbate intatte dall’oblio, tali risorgono per la memoria involontaria. Cosi il sapore della “madeleine” inzuppata nel tè richiama al romanziere lo stesso sapore che egli fanciullo gustava ogni domenica mattina, quando la zia Leonia gli offriva un pezzo dello stesso dolce, e dietro quella sensazione via via tutta la fanciullezza, il mondo lontano, gli ritornano freschi e vivi. Escluso dalla vita pratica per la salute inferma, Proust era il più atto a spiare così l’incosciente, a suscitare le rivelazioni, per cercare l’io profondo nel ricordo, per ritrovare se stesso e gli altri. Nell’indagine egli recava l’indifferenza etica quasi di naturalista (più facile a chi è come fuori della società) quindi nulla ha taciuto di ciò che ha incontrato, anche se morboso o anormale, nella natura umana. Ma tutto è redento dall’arte. Mentre tutto intorno si discioglie, svanisce, la visione interiore – sola conoscenza certa, realtà assoluta -, intellettualmente approfondita, si traduce nello stile, diviene arte, per durare vittoriosa fuori del tempo. Essa sola è morale, affermandosi contro le menzogne della vita pratica e del sentimento con la rinuncia eroica che essa richiede. Incontrandosi con le più nuove correnti del pensiero, nonostante l’impressionismo della costruzione soggettiva, la Ricerca è opera classica per l’ossequio alla realtà ritrovata, per l’impegno dell’artista a fissarla con l’espressione più adeguata e aderente. Creazione tutta nuova specialmente in Francia, ove più che altrove il romanzo indugiava negli spiriti e nei modi ottocenteschi, si lega alle grandi creazioni del passato per l’uguale studio di allargare i confini dell’arte, per stringere sempre più da vicino la realtà, la vita.

Trad. di Un amore di Swann di G. Debenedetti (Milano, 1948). V.L.

Come egli fa di Albertina, così attira l’universo nella sua camera di malato e lo tiene prigioniero. Proust solo ci basta e questa ricerca nella quale viaggiamo al suo seguito, questa salita in una luce spietata dove, presi da vertigini, lo teniamo pel suo mantello. (Fr. Mauriac).

Proust ci ha dato un mondo meraviglioso, come un crepuscolo verde in fondo all’oceano, ma i suoi drammi non ci possono commuovere come i fatti del globo superiore, perché mancano degli influssi più vasti della vita. (John Buchau).

… presenza di tutte le cose, e continuo presente. Così si nutre, si continua e si trasforma l’amore senza memoria di Swann, stupefacente e mirabile cosa… (Alain).

Si sente che ciò che domina nell’animo dell’autore è l’erotismo sensuale e alquanto perverso; erotismo che è già tutto diffuso nella bramosia di rivivere le sensazioni di un tempo lontano. Ma questo stato d’animo non si chiarifica in motivo lirico e forma poetica, come invece accade, nelle cose sue buone, al meno complicato ma più geniale Maupassant, anche lui partecipe di simile stato d’animo. (B. Croce).

(Proust) è un uomo dallo sguardo infinitamente più sottile e attento del nostro, e che comunica anche a noi un simile sguardo mentre lo leggiamo. (A. Gide).

In Saint-Simon è un flusso storico che cammina, è una folla, l’intera corte di Francia, ed è ovunque e sempre l’anima vivente e veemente di Saint-Simon: in Proust è un flusso psicologico, vasto come l’altro, ma che, per donarsi e progredire interamente, non ha bisogno che di un’anima, sia quella dell’autore sia quella d’un personaggio, ch’egli non ha mai esaurito, perché nessun essere è esauribile. (Thibaudet).

Il suo libro è come quei trattati del Medioevo in cui il testo sparisce sotto l’infittire delle glosse e della glossa delle glosse: è una summa. (J. Boulenger).

Non so se si troverebbe nell’arte letteraria un altro esempio d’un così prestigioso spettacolo il cui punto di partenza resta sempre fornito dalla realtà. (Du Bos).

(scheda tratta da Dizionario Bompiani delle opere e dei personaggi, pubblicato in CD Rom da L’Espresso, 2003)

Marcel Proust, ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO, À la recherche du temps perdu

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO

À la recherche du temps perdu

Vasta opera narrativa di Marcel Proust (1871-1922), in sette parti pubblicato tra il 1913 e il 1927.

Nella prima, Dal lato di casa Swann [Du cóté de chez Swann], pubblicata nel 1913, l’autore, con delicata, penetrante diffusione racconta la sua fanciullezza timida di ragazzo nervoso, nella cittadina di Combray, ove la famiglia passava lunghi mesi dell’anno: tutto un piccolo mondo intorno al 1880, che pel ragazzo si allarga con due mondi confinanti appena intravisti. Uno è quello di casa Swann, un finissimo gentiluomo accolto con la più alta stima dai genitori di Marcel, che però non conoscono, non ricevono sua moglie (una ex-cocotte) e la figlioletta. L’altro è il mondo dei duchi di Guermantes, che allo spirito incantato del fanciullo appaiono quasi ancora i signori feudali del luogo. Dello squisito, incantevole Swann l’autore passa a narrare (come appreso più tardi) l’intenso e malinconico romanzo che l’aveva condotto a quel matrimonio: l’amore sottile, invadente, travolgente per una cortigiana, Odette de Crécy, che aveva cercato, seguito nell’ambiente tanto a lui diverso dei Verdurin, borghesi ricchi e vanitosi. Ogni spasimo di gelosia aveva sofferto per lei. È un lungo racconto quasi a parte – Un amore di Swann [Un amour de Swann] – d’una profondità e compiutezza classiche. Marcel giovinetto incontrerà poi al Bosco di Boulogne la piccola Gilberta, la figlia di Swann e di Odette, e sarà un amore fanciullesco, tenero e tirannico. Esso occuperà ancora quasi tutta la prima parte di All’ombra delle fanciulle in fiore [À l’ombre des ieunes filles en fleurs], pubblicato nel 1919, incerto e delizioso poi si spegnerà a poco a poco, quando Marcel pensa debba rafforzarsi nell’assenza, per un capriccio essendosi imposto di non vedere la fanciulla. Intanto il padre di lei, il gran signore, il dilettante finissimo, s’é mutato per il suo matrimonio, appare sempre più imborghesito e preoccupato; trionfante e pur bonaria è Odette, con l’alta società che la tiene ancora lontana, ma la conosce, la segue nella sua certa ascesa. E fra tante figure dello sfondo meglio conosciamo lo scrittore Bergotte (che molto ricorda Anatole France), il diplomatico Norpois e il grande medico Cottard. Quando è lontana la passione per Gilberta, alla spiaggia di Balbec, dov’è andato con la vecchia nonna, Marcel ammira un gruppo di amiche, Albertina Simonet, Andreina, Gisella, Rosamonda, e certo ama la prima più delle altre; ma un po’respinto da lei, esita fra le altre, nella lunga estate. E avvicina il pittore Elstir, la cui esperienza artistica tanto lo interesserà; conosce il barone di Charlus, fratello del duca di Guermantes, e il loro nipote Roberto di Saint-Loup, entrando così un poco, di lontano, in quel mondo sognato come inaccessibile. Più vi si accosta nel Lato di Guermantes [Le côté de Guermantes], edito nel 1920, quando a Parigi la sua famiglia abita un appartamento nel palazzo dei duchi, ed egli spesso vede la duchessa Oriana, sente di amarla, ancora lontana e già vicina, mentre più intima si fa la sua amicizia col nipote di lei Saint-Loup. Le è presso quando va in casa della signora Villeparisis, zia della duchessa, un ambiente un po’misto ed equivoco ov’è ammessa anche Odette (ma Oriana evita di parlarle); poi giunge finalmente alla vetta sognata, è invitato a pranzo dalla nobilissima signora. Ora non la ama più (gli è riapparsa Albertina, e sembra meno restia), ma gusta assai quella società, quello spirito, che in Oriana meglio gli si dimostra, e non è proprio superiorità o lontananza, ma un senso di semplicità, di “antico”, quale si trova presso i contadini. È il momento dell'”affaire Dreyfus”, dreifusardo è non solo Swann, israelita (sua moglie invece affetta il nazionalismo, ciò che la avvicina sempre più all’aristocrazia), ma anche Saint-Loup, per onesto liberalismo, e i Verdurin, ancora lontani dalla più alta società, cui pure mirano con qualche aperto disdegno e molto segreto desiderio. Marcel ha la rivelazione del vizio di Charlus, quindi la spiegazione di tutte le stranezze che sono nel carattere, nei modi del gran signore effemminato, semplice e aristocraticissimo. In Sodoma e Gomorra [Sodome et Gomorrhe], del 1922 trascinato dalla passione pel giovane musicista Morel, Charlus eutra nel mondo dei Verdurin; qualche altro nobile frequenta già i ricchi borghesi, i quali lentamente si avvicinano all’aristocrazia, ove Odette è ormai accolta quasi da tutti. Tornato una seconda volta a Balbec, Marcel soffre acutamente la morte della nonna, come non aveva fatto quando essa era venuta meno, qualche tempo prima: un altro esempio delle “intermittenze del cuore” minuziosamente indagato. Qui è Albertina, cui si è riavvicinato e pare voglia staccarsene tranquillamente, poiché insomma sente di non amarla. Ma quando ha più certo il sospetto che ella sia dedita a Gomorra (così aveva anche sofferto un tempo Swann per Odette), quasi per impedire la caduta, o la ricaduta di lei, sente di amarla, pensa a sposarla. Siamo agl’inizi del Novecento: si spengono gli ultimi echi del processo Dreyfus, è la gran voga dei balletti russi, il clima di Pelleas e Melisenda (v.) del Debussy. Nella Prigioniera [La prisonnière], del 1923, Marcel conduce Albertina a Parigi, la tiene in casa sua, soli coi servi: vivono come fidanzati. Ma solo la gelosia tien vivo il suo amore, che è stanco, indifferente, quando non lo punge il sospetto doloroso; l’idea di lasciarla, di riprendersi la sua libertà, cede ogni volta che ha la certezza del vizio, delle menzogne di lei. Allora la tiene più chiusa, vigilata, in una prigionia che finirà per esserle intollerabile. I Verdurin, trattati una volta senza riguardo dal barone di Charlus, si vendicano guastandolo con Morel, che gli rivolta con una durezza di cui il barone soffre con strazio sincero. Albertina sembra più irretita nelle sue menzogne, la sua clausura si fa più stretta: in un momento di calma, in cui i due giovani sono più vicini, riconciliati, ella fugge. Orfana, quasi indipendente, aveva potuto restare così a lungo con Marcel. In Albertina sparita [Albertine disparue] del 1925, il giovane ora soffre immensamente dell’abbandono: cerca Albertina, pensa ogni mezzo per farla tornare. Ma essa muore per un incidente in una passeggiata a cavallo, quando pareva disposta a raggiungere l’amico, il cui dolore è acuito dalla gelosia postuma. E quando il sospetto diverrà tutta certezza, quando saprà che ella era veramente colpevole, lo strazio non si lenirà, come un tempo per la presenza dell’amata. Siamo verso il 1910, i primi velivoli, il ritiro di Delcassé. Lentamente, anche al grande strazio di Marcel succede l’oblio, e dopo sussulti, ritorni dolorosi dell’amaro ricordo, l’indifferenza. Perché egli non è più il Marcel di prima, quello cui Albertina interessava: così noi cessiamo di soffrire perché incessantemente muta il nostro essere, diviene altro da quello che aveva sofferto. Riappare Gilberta, adottata da Forcheville, il nuovo marito di Odette dopo la morte di Swann: col nuovo cognome, ora anche la duchessa di Guermantes riceve l’antica cocotte. E diventano parenti: Gilberta sposa Roberto di Saint-Loup, tanto mutato dal fine giovane che conoscevamo, poiché in lui, pur sempre signore e liberale, s’è manifestata l’anormalità dello zio Charlus. Egli trova la morte nella guerra. Quando, venuta la pace – Il tempo ritrovato [Le temps retrouve], del 1927 -, Marcel, che ha passato quegli anni in una casa di salute, torna a Parigi, sembra compiuta la fusione delle caste, poiché un cugino del duca, il principe di Guermantes, ha sposato in seconde nozze la signora Verdurin, rimasta vedova. Non questo però impressiona tanto Marcel, quanto il mutamento di tutti i conoscenti, per l’età, la vecchiaia: quasi una indicibile fantasmagoria. Tuttavia non s’arresta, non si perde dilettantescamente col mondo così mutato come avrebbe fatto uno Swann, ma pensa che può ritrovare quegli uomini, quelle donne quali furono, può ritrovare se stesso e il tempo perduto, fissandolo con l’opera dell’arte, dello stile. Questa la missione cui dedicherà, lontano dal mondo, la vita che gli rimane. E l’opera, fortunatamente condotta a termine dall’autore malatissimo, usciva postuma per buona parte, con qua e là qualcosa di affrettato e provvisorio negli ultimi volumi. Scarsa la risonanza del Lato di casa Swann, nel 1913; il grande successo si delineò nel 1919 con All’ombra delle fanciulle in fiore, dopo di che l’opera sempre meglio rivelò la sua portata, apparve una delle maggiori creazioni della letteratura del Novecento. Presto fu notata l’imponente vastità balzacchiana, quasi di una nuova Commedia umana (v.), ritraente la vita, la società francese dagl’inizi della Terza Repubblica alla guerra 1914-18. Come Balzac, Proust ha creato una folla di persone, che vivono con tutti i segni della vita, nella loro realtà umana e sociale, indagate da uno psicologo nuovo, sottile, penetrante: Swann, Charlus, Saint-Loup, i Verdurin, Odette, la vecchia serva Francesca, e Marcel (che ha tante cose dell’autore, ma ha poi un’esistenza sua), e molti altri: tutto un mondo. Come documento di quei nove lustri, nella minuziosità appassionata con cui tutto è notato, gli uomini, il costume, il pensiero, perfino nell’interesse per la nobiltà, còlta nell’inevitabile decadenza con una simpatia appena lievemente ironica, il libro ha ricordato Saint-Simon e le sue Memorie (v.). Oltre che memorialista, Proust vi appare moralista della più grande linea, perché il racconto spesso cede a dissertazioni diffuse, sinuose, intorno al tempo, la memoria, il sonno, l’amore, la gelosia, per cui la Ricerca ha fatto pensare ai Saggi (v.) di Montaigne. L’opera è anche la confessione dello scrittore, il racconto della sua vittoria sulla dissipatrice vita mondana, sul tempo, per mezzo dell’arte; è la testimonianza di una grandiosa esperienza artistica, rivelante un concetto estetico in cui Ruskin, Baudelaire, Bergson e i simbolisti sono ripresi e superati. Questa diversità e ricchezza che tanto innalza la Ricerca, e insieme la fa sembrare opera disparata, mal definibile, non deve nascondere la sua prima essenza, di racconto, di storia tutta umana, vasta e lenta, ma legata da un ordine visibile e segreto, da rispondenze ideali, da “ritorni” musicali, tra cui quello della “sonata” di Vinteuil è solo il più vistoso e illustre. Con le sue originali scoperte, per cui furon rinnovati il romanzo e l’indagine psicologica, coi modi a volte inconsueti, rimane tuttavia racconto dell’eterna commedia, dell’eterno dramma umano. La materia, che nella prima parte sembrò persino un po’trita, con l’estetismo di Swann e dell’autore (una delle cause del poco successo iniziale), è improntata dal pensiero, dalla visione nuova. La realtà esteriore, coperta dalla vita pratica, dall’uso sociale, dall’abitudine, è da noi veramente appresa quando è spiritualizzata, sciolta nella nostra vita interiore, ricreata dalla fresca intuizione: la personalità umana, fluida, discontinua, mutevole, è rivelata a se stessa dal sogno, dalle fresche impressioni che, serbate intatte dall’oblio, tali risorgono per la memoria involontaria. Cosi il sapore della “madeleine” inzuppata nel tè richiama al romanziere lo stesso sapore che egli fanciullo gustava ogni domenica mattina, quando la zia Leonia gli offriva un pezzo dello stesso dolce, e dietro quella sensazione via via tutta la fanciullezza, il mondo lontano, gli ritornano freschi e vivi. Escluso dalla vita pratica per la salute inferma, Proust era il più atto a spiare così l’incosciente, a suscitare le rivelazioni, per cercare l’io profondo nel ricordo, per ritrovare se stesso e gli altri. Nell’indagine egli recava l’indifferenza etica quasi di naturalista (più facile a chi è come fuori della società) quindi nulla ha taciuto di ciò che ha incontrato, anche se morboso o anormale, nella natura umana. Ma tutto è redento dall’arte. Mentre tutto intorno si discioglie, svanisce, la visione interiore – sola conoscenza certa, realtà assoluta -, intellettualmente approfondita, si traduce nello stile, diviene arte, per durare vittoriosa fuori del tempo. Essa sola è morale, affermandosi contro le menzogne della vita pratica e del sentimento con la rinuncia eroica che essa richiede. Incontrandosi con le più nuove correnti del pensiero, nonostante l’impressionismo della costruzione soggettiva, la Ricerca è opera classica per l’ossequio alla realtà ritrovata, per l’impegno dell’artista a fissarla con l’espressione più adeguata e aderente. Creazione tutta nuova specialmente in Francia, ove più che altrove il romanzo indugiava negli spiriti e nei modi ottocenteschi, si lega alle grandi creazioni del passato per l’uguale studio di allargare i confini dell’arte, per stringere sempre più da vicino la realtà, la vita. Trad. di Un amore di Swann di G. Debenedetti (Milano, 1948). V.L.

Come egli fa di Albertina, così attira l’universo nella sua camera di malato e lo tiene prigioniero. Proust solo ci basta e questa ricerca nella quale viaggiamo al suo seguito, questa salita in una luce spietata dove, presi da vertigini, lo teniamo pel suo mantello. (Fr. Mauriac).

Proust ci ha dato un mondo meraviglioso, come un crepuscolo verde in fondo all’oceano, ma i suoi drammi non ci possono commuovere come i fatti del globo superiore, perché mancano degli influssi più vasti della vita. (John Buchau).

… presenza di tutte le cose, e continuo presente. Così si nutre, si continua e si trasforma l’amore senza memoria di Swann, stupefacente e mirabile cosa… (Alain).

Si sente che ciò che domina nell’animo dell’autore è l’erotismo sensuale e alquanto perverso; erotismo che è già tutto diffuso nella bramosia di rivivere le sensazioni di un tempo lontano. Ma questo stato d’animo non si chiarifica in motivo lirico e forma poetica, come invece accade, nelle cose sue buone, al meno complicato ma più geniale Maupassant, anche lui partecipe di simile stato d’animo. (B. Croce).

(Proust) è un uomo dallo sguardo infinitamente più sottile e attento del nostro, e che comunica anche a noi un simile sguardo mentre lo leggiamo. (A. Gide).

In Saint-Simon è un flusso storico che cammina, è una folla, l’intera corte di Francia, ed è ovunque e sempre l’anima vivente e veemente di Saint-Simon: in Proust è un flusso psicologico, vasto come l’altro, ma che, per donarsi e progredire interamente, non ha bisogno che di un’anima, sia quella dell’autore sia quella d’un personaggio, ch’egli non ha mai esaurito, perché nessun essere è esauribile. (Thibaudet).

Il suo libro è come quei trattati del Medioevo in cui il testo sparisce sotto l’infittire delle glosse e della glossa delle glosse: è una summa. (J. Boulenger).

Non so se si troverebbe nell’arte letteraria un altro esempio d’un così prestigioso spettacolo il cui punto di partenza resta sempre fornito dalla realtà. (Du Bos).

(scheda tratta da Dizionario Bompiani delle opere e dei personaggi, pubblicato in CD Rom da L’Espresso, 2003)

Angelicamente, a cura di Baldo Lami, in spaziofatato.net

In questa opera l’immagine dell’Angelo appare sotto aspetti del tutto diversi da quelli ai quali siamo abituati. Curata da Baldo Lami, Angelicamente si compone di una serie di articoli, scritti da vari autori, ciascuno dei quali esamina un aspetto della figura angelica nel mondo moderno, traendone un ritratto sfaccettato e a tratti curioso.

vai alla recensione qui:

Baldo Lami presenta i singoli saggi del libro ANGELICAMENTE, il senso dell’angelo nel nostro tempo, Zephyro edizioni, Milano 2010

Questo libro è nato da una doppia esigenza: in generale quella di comprendere il senso dell’angelo come figura elettiva dell’immaginario spirituale dell’uomo alla luce della sensibilità moderna; e nello specifico quella di liberarlo dal recinto del folclore del sentimento religioso o della metafora solo poetica-letteraria, in cui è stato relegato, per restituirlo alla sua vera realtà vivente.

Per fare questo ho ritenuto necessario richiamarmi a esperienze e a saperi diversi anche rispetto a quelli conosciuti. Anche perché la verità dell’angelo si presenta in discontinuità rispetto all’ordine valoriale stabilito, rispetto alla doxa del momento, cioè dell’opinione corrente. Infatti oltre a infrangere la barriera spaziotemporale, l’angelo infrange anche il sistema di conoscenza vigente.

In questo contesto mi limito a riassumere in due parole il contenuto di ciascun articolo secondo la scansione presentata nel libro stesso.

•  Il primo articolo s’intitola: “L’angelo come metafora della presenza dell’infinito e dell’oltre”, di Grazia Apisa, poetessa e psicoanalista abitante e operante a Genova. Non poteva esserci miglior incipit di questo. Secondo l’autrice, quando l’infinito si è presentificato l’angelo scompare perché ha esaurito il suo compito e non c’è più bisogno di lui.

•  Segue l’articolo: “Gli angeli nella Bibbia e nella Riforma”, di Eliana Briante, pastora della chiesa evangelica metodista di Via Porro Lambertenghi a Milano, che è una comunità multietnica che dirige con molta sensibilità e saggezza. Nel protestantesimo si preferisce fare appello alla mediazione di Cristo, cioè all’umanità dell’uomo, anziché a quella dell’angelo.

•  L’articolo successivo è quello di Gabriele De Ritis, di Sora (FR), ex docente di lettere e da venti anni educatore in un centro di ascolto per ragazzi tossicodipendenti della comunità di Exodus. Il titolo è eloquente di per sé: “Essere angelo per qualcuno. Empatia e kairòs nella relazione di aiuto”. Empatia e kairòs sono due sensi “angelici” presenti potenzialmente in tutti.

•  Segue l’articolo: “Il Genius Loci come angelo del luogo” di Paolo Ferrario,sociologo e docente all’università di Milano Bicocca. Il genius loci fa pensare più a un’angelicità orizzontale pertinente alla terra e alla gens dellapolis anziché a quella verticale divina. Ma questo è proprio ciò che dovrebbe maggiormente responsabilizzare l’uomo alla cura del luogo che abita.

•  Succede l’articolo: “La mistica del colore. Gli angeli di luce rossa, di luce gialla e di luce blu” di Pietro Gentili, artista eccelso, pittore e astrologo, amico di vecchia data recentemente scomparso a cui devo il principale motivo ispiratore di questo libro e anche (così mi piace pensare) la guida dall’alto. Questa ala di angelo in copertina è un particolare di una sua opera.

•  Dopo è la volta di Claudio Gregorat, musicista compositore e commentatore della sterminata opera di Rudolf Steiner, apostolo dell’esoterismo cristiano, con l’articolo dal titolo anch’esso eloquente: “L’influenza dell’angelo nell’anima umana”, cioè cosa fa e come opera l’angelo nella nostra psiche, con quale finalità. È praticamente il riassunto di un importante saggio di Steiner.

•  Poi ci sono io, Baldo Lami, poeta, psicologo analista, curatore dell’opera e autore con: “La missione disconosciuta degli angeli emotigeni”, cioè suscitatori di emozioni, che hanno un indubbio connotato angelico in quanto sono motivate e motivanti, messaggere e intermediarie tra un mondo e l’altro, tra materia e spirito, tra mente e corpo, tra pensieri e sentimenti.

•  Segue Massimo Marasco, specialista informatico, scrivano e coautore con Silvia Montefoschi di alcuni saggi, con l’articolo dal titolo: “Angeli e custodi”, in cui racconta della “funzione custode” dell’angelo incarnata dalle figure reali che nella sua vita si sono poste come protettrici del suo progetto esistenziale, essendo proprio questo l’oggetto specifico della custodia angelica.

Seguono adesso tre articoli, quasi consecutivi, che pongono al centro dell’immaginazione o della riflessione la speciale supremazia letta in chiave simbolica di uno o più angeli biblici conosciuti.

•  Il primo s’intitola: “L’angelo dell’annunciazione”, di Paola Marzoli, pittrice e psicoanalista che ha svolto una sua personale ricerca sull’angelo che ha annunciato a Maria la nascita di Gesù, cioè l’avvento di un nuovo piano di coscienza. Per questa autrice è quindi questo l’angelo più importante di tutti perché segna l’inizio di un percorso assolutamente nuovo, inedito.

•  Il secondo è: “Michele e Lucifero: cosa avranno ancora quei due da dirsi?” di Maria Luisa Mastrantoni, editore Zephyro, che racconta il dialogo di una coppia angelica di prim’ordine: Michele (il custode dell’ordinamento divino) e Lucifero (il sovvertitore di questo stesso ordinamento) che periodicamente s’incontrano per decidere le sorti del mondo e dell’umanità.

•  S’intercala a questo punto l’articolo: “Angeli dell’Europa” di Francesco Pazienza, psicanalista milanese, ex docente steineriano di religione e attualmente anche insegnante di biografia e pedagogia steineriana. Anche Pazienza prende le mosse dal citato saggio di Steiner ma per inclinare subito sull’Europa al cui destino è legato anche il nostro.

•  Il terzo dei tre articoli anzidetti è: “Lucifero dinamica divina”, composto dalla coppia Bianca Pietrini eFabrizio Raggi, abitanti e operanti a La Spezia, Fabrizio anche in qualità di medico e psichiatra. Al centro di questa disamina troneggia Lucifero, che nel pensiero di Silvia Montefoschi, cui gli autori si riferiscono, è il motore di tutta la dinamica evolutiva dell’essere.

•  Segue: “Lontananze che disegnano orizzonti”, di Massimo Pittella, ingegnere informatico. Alla mia proposta di scrivere qualcosa sull’angelo, Massimo mi ha risposto dicendomi che dovevo avere sbagliato persona, perché nella sua esperienza non è la presenza dell’angelo a risultare salvifica e creativa ma la sua assenza. Insospettabile “paradosso angelico”.

•  Si arriva così all’articolo: “La sincronicità come manifestazione angelica dell’unità di senso interno-esterno” di Claudia Reghenzi, laureata in sociologia ma ora scrittrice che ha già in cantiere il suo terzo romanzo. La sincronicità è un evento veramente misterioso, un piccolo miracolo del vivente, e chi la scopre una volta nella propria vita non la dimentica mai.

•  Penultimo: “Quale angelo sulla scena della violenza alle donne?” di Stefania Valanzano, psicoterapeuta che si occupa dell’impatto traumatico della violenza sulle donne. Rigoroso sul piano scientifico e senza alcun riferimento all’angelo, il suo scritto apre a una lettura diversa da quella, datami all’inizio, dell’impossibilità della presenza angelica sulla scena del “delitto”.

•  L’ultimo articolo s’intitola: “L’angelo nel cinema: da La vita è meravigliosa alla vita dei nostri giorni!”, composto a più mani dal Gruppo lettura film secondo una lettura d’anima centrata sull’amore, che ha cercato di delineare i tratti salienti dell’angelo di celluloide per capirlo meglio all’interno delle “proiezioni” sulla sua figura che il cinema così angelicamente ci restituisce.

Concludo questa presentazione del libro con l’ultima frase contenuta nella descrizione della quarta di copertina: “Ne esce un quadro molto eterogeneo e policromo ricco di suggestioni, per un viaggio memorabile nel tempo caduco dell’uomo odierno, ma condotto sulle ali senza tempo dell’angelo”.

dal sito della Zephyro edizioni:

http://www.psicoanalisibookshop.it/schedalibro.asp?ID=6879&nome=Angelicamente

Emanuel Swedenborg (1688-1772), Conversazione con gli angeli

Un pensiero originale sull’angelo umano ci è tramandato dallo scienziato mistico svedese Emanuel Swedenborg (1688-1772) che con la sua Conversazione con gli angeli avrà un grosso impatto sull’immaginario ottocentesco.
Swedenborg definì gli angeli altrettanto reali quanto gli abitanti della terra, o meglio uomini in uno stato di perfezione. Per loro stessa voce, lo scienziato sensitivo ce li descrive con un proprio Io, capaci di mutare stato e umore a seconda della propria esposizione alla luce del paradiso, abitanti di case con splendidi giardini e appartenenti ad una comunità dove l’attrazione l’un per l’altro si manifesta sulla base di reciproche somiglianze.
La convinzione dell’autore è che dopo la morte la condizione dell’essere umano sia simile a quella condotta in vita. Ogni uomo diventerà angelo se ha condotto un’esistenza nel bene e nella verità: ci si può formare per il Paradiso solamente stando nel mondo, poiché la vita terrena ci è data proprio per lanciarsi nel vortice dell’esistenza e fare il meglio per sé e gli altri.
Un altro aspetto interessante legato alla presenza dell’angelo nel nostro funzionamento psichico lo troviamo nel saggio di Baldo Lami La missione disconosciuta degli angeli emotigeni,nel già citato Angelicamente. Lo psicoterapeuta ci presenta una particolare visione psicologica e simbolica del ruolo degli angeli nella società contemporanea. L’autore sostiene che “le caratteristiche con cui si manifestano gli angeli nel racconto della tradizione mistico-religiosa sono straordinariamente simili a quelle con cui si manifestano le emozioni”.

da: Angeli di Natale, “emozioni” per rinascere ancora | Muoversi Insieme.

Luciana Quaia, Angeli di Natale, "emozioni" per rinascere ancora | Muoversi Insieme di Stannah

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La nostra psiche ha bisogno di affidarsi a una rinnovata nascita, all’illusione che dal confronto di una situazione passata con quella presente sia possibile fare emergere una nuova condizione esistenziale. Ecco perché l’angelo diventa una figura così presente in questo momento di accompagnamento.
Recentemente lo psicanalista milanese Baldo Lami ha curato l’antologia Angelicamente, Il senso dell’angelo nel nostro tempo(Zephyro edizioni) per dimostrare come, anche in tempi sempre più distanti da una dimensione strettamente spirituale, vi sia la necessità psicologica di trovare significati in immagini/simboli non legati alla concretezza materiale della vita quotidiana.
Grazie al contributo plurale dei vari autori, in questo libro si intersecano sia la dimensione spirituale-religiosa di matrice monoteista, sia quella più legata al funzionamento della nostra psiche.
Eliana Briante nel suo saggio Gli angeli nella bibbia e nella riforma ripercorre episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento in cui gli angeli (dalla parola greca “anghelos”, nunzio) compaiono come messaggeri e come figure protettive dei poveri e dei bisognosi: Gabriele annuncia a Elisabetta e Maria la nascita dei loro figli, schiere angeliche annunciano ai pastori la nascita di Gesù, un angelo annuncia la resurrezione alle donne, due angeli spiegano il senso dell’Ascensione ai discepoli. E’ sicuramente da questa rappresentazione, tuttora diffusissima nel senso comune popolare, che deriva l’immagine molto bella e poetica dell’angelo custode.
L’idea di una creatura celeste continuamente al nostro fianco rimanda a un concetto di angelo dotato di possibilità simili a quelle dell’essere umano a livello di relazione interpersonale.
Un pensiero originale sull’angelo umano ci è tramandato dallo scienziato mistico svedese Emanuel Swedenborg (1688-1772) che con la sua Conversazione con gli angeli avrà un grosso impatto sull’immaginario ottocentesco

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l’intero articolo qui:

Emanuele Severino su Etica e Capitalismo (1)

Il titolo della mia relazione e’ “Etica ed Economia”, e vorrei iniziare con il chiarire il senso di queste due parole, che sono due parole greche. “Etzos”, da cui derivano tutte le parole italiane, parole moderne che indicano l’etica, che nel suo significato iniziale indica “l’abitare”, il trattenersi in un luogo, il mantenersi in una sorta di stabilita’ protetta. Anche la parola “economia”, che sembra indicare qualcosa di cosi’ lontano dall’etica, indica in greco qualche cosa di simile alla parola “etica”, perche’ la parola “economia” viene da “oikos”, che indica la casa, l’abitazione, l’abitare, il luogo in cui si abita.

Dunque, certamente le due parole sembrano indicare universi molto lontani, pero’ hanno anche aspetti di rilevante vicinanza, questo dell’abitare in un luogo sicuro, protetto, che non e’ una questione strana, ma e’ la condizione degli uomini… noi, uomini, intendiamo mantenerci all’interno di un luogo protetto, che a volte chiamiamo “etzos”, altre volte chiamiamo “oikos”, “casa”, e affinche’ l’abitazione, l’abitare, sia sicuro, l’uomo ha sempre pensato di allearsi a quella che egli ritiene la potenza massima esistente nella realta’. Si vuole vivere al sicuro, e per vivere al sicuro, si allea alla Potenza massima che dapprima e’ la Potenza Divina, e’ il Dio o gli Dei, cosicche’ da questo punto di vista “etica” significa “abitare in modo sicuro” dove la sicurezza e’ determinata dall’alleanza con quella potenza divina che viene considerata come la potenza massima.

intera trascrizione della relazione qui:

Marco Melodia: video di presentazione di Angelicamente, al Salone della piccola e media editoria indipendente a Milano 26-27-28 Novembre 2010

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Baldo Lami, Elena Briante, Paolo Ferrario, Claudia Reghenzi parlano di ANGELICAMENTE, Zephyro edizioni 28 novembre 2010


 

ANGELICAMENTE. IL SENSO DELL’ANGELO NEL NOSTRO TEMPO

Presentazione di Baldo Lami

Questo libro è nato da una doppia esigenza: in generale quella di comprendere il senso dell’angelo come figura elettiva dell’immaginario spirituale dell’uomo alla luce della sensibilità moderna; e nello specifico quella di liberarlo dal recinto del folclore del sentimento religioso o della metafora solo poetica-letteraria, in cui è stato relegato, per restituirlo alla sua vera realtà vivente.

Per fare questo ho ritenuto necessario richiamarmi a esperienze e a saperi diversi anche rispetto a quelli conosciuti. Anche perché la verità dell’angelo si presenta in discontinuità rispetto all’ordine valoriale stabilito, rispetto alla doxa del momento, cioè dell’opinione corrente. Infatti oltre a infrangere la barriera spaziotemporale, l’angelo infrange anche il sistema di conoscenza vigente.

In questo contesto mi limito a riassumere in due parole il contenuto di ciascun articolo secondo la scansione presentata nel libro stesso.

  • Il primo articolo s’intitola: “L’angelo come metafora della presenza dell’infinito e dell’oltre”, di Grazia Apisa, poetessa e psicoanalista abitante e operante a Genova. Non poteva esserci miglior incipit di questo. Secondo l’autrice, quando l’infinito si è presentificato l’angelo scompare perché ha esaurito il suo compito e non c’è più bisogno di lui.
  • Segue l’articolo: “Gli angeli nella Bibbia e nella Riforma”, di Eliana Briante, pastora della chiesa evangelica metodista di Via Porro Lambertenghi a Milano, che è una comunità multietnica che dirige con molta sensibilità e saggezza. Nel protestantesimo si preferisce fare appello alla mediazione di Cristo, cioè all’umanità dell’uomo, anziché a quella dell’angelo.
  • L’articolo successivo è quello di Gabriele De Ritis, di Sora (FR), ex docente di lettere e da venti anni educatore in un centro di ascolto per ragazzi tossicodipendenti della comunità di Exodus. Il titolo è eloquente di per sé: “Essere angelo per qualcuno. Empatia e kairòs nella relazione di aiuto”. Empatia e kairòs sono due sensi “angelici” presenti potenzialmente in tutti.
  • Segue l’articolo: “Il Genius Loci come angelo del luogo” di Paolo Ferrario, sociologo e docente all’università di Milano Bicocca. Il genius loci fa pensare più a un’angelicità orizzontale pertinente alla terra e alla gens della polis anziché a quella verticale divina. Ma questo è proprio ciò che dovrebbe maggiormente responsabilizzare l’uomo alla cura del luogo che abita.
  • Succede l’articolo: “La mistica del colore. Gli angeli di luce rossa, di luce gialla e di luce blu” di Pietro Gentili, artista eccelso, pittore e astrologo, amico di vecchia data recentemente scomparso a cui devo il principale motivo ispiratore di questo libro e anche (così mi piace pensare) la guida dall’alto. Questa ala di angelo in copertina è un particolare di una sua opera.
  • Dopo è la volta di Claudio Gregorat, musicista compositore e commentatore della sterminata opera di Rudolf Steiner, apostolo dell’esoterismo cristiano, con l’articolo dal titolo anch’esso eloquente: “L’influenza dell’angelo nell’anima umana”, cioè cosa fa e come opera l’angelo nella nostra psiche, con quale finalità. È praticamente il riassunto di un importante saggio di Steiner.
  • Poi ci sono io, Baldo Lami, poeta, psicologo analista, curatore dell’opera e autore con: “La missione disconosciuta degli angeli emotigeni”, cioè suscitatori di emozioni, che hanno un indubbio connotato angelico in quanto sono motivate e motivanti, messaggere e intermediarie tra un mondo e l’altro, tra materia e spirito, tra mente e corpo, tra pensieri e sentimenti.
  • Segue Massimo Marasco, specialista informatico, scrivano e coautore con Silvia Montefoschi di alcuni saggi, con l’articolo dal titolo: “Angeli e custodi”, in cui racconta della “funzione custode” dell’angelo incarnata dalle figure reali che nella sua vita si sono poste come protettrici del suo progetto esistenziale, essendo proprio questo l’oggetto specifico della custodia angelica.

Seguono adesso tre articoli, quasi consecutivi, che pongono al centro dell’immaginazione o della riflessione la speciale supremazia letta in chiave simbolica di uno o più angeli biblici conosciuti.

  • Il primo s’intitola: “L’angelo dell’annunciazione”, di Paola Marzoli, pittrice e psicoanalista che ha svolto una sua personale ricerca sull’angelo che ha annunciato a Maria la nascita di Gesù, cioè l’avvento di un nuovo piano di coscienza. Per questa autrice è quindi questo l’angelo più importante di tutti perché segna l’inizio di un percorso assolutamente nuovo, inedito.
  • Il secondo è: “Michele e Lucifero: cosa avranno ancora quei due da dirsi?” di Maria Luisa Mastrantoni, editore Zephyro, che racconta il dialogo di una coppia angelica di prim’ordine: Michele (il custode dell’ordinamento divino) e Lucifero (il sovvertitore di questo stesso ordinamento) che periodicamente s’incontrano per decidere le sorti del mondo e dell’umanità.

  • S’intercala a questo punto l’articolo: “Angeli dell’Europa” di Francesco Pazienza, psicanalista milanese, ex docente steineriano di religione e attualmente anche insegnante di biografia e pedagogia steineriana. Anche Pazienza prende le mosse dal citato saggio di Steiner ma per inclinare subito sull’Europa al cui destino è legato anche il nostro.

  • Il terzo dei tre articoli anzidetti è: “Lucifero dinamica divina”, composto dalla coppiaBianca PietriniFabrizio Raggi, abitanti e operanti a La Spezia, Fabrizio anche in qualità di medico e psichiatra. Al centro di questa disamina troneggia Lucifero, che nel pensiero di Silvia Montefoschi, cui gli autori si riferiscono, è il motore di tutta la dinamica evolutiva dell’essere.

  • Segue: “Lontananze che disegnano orizzonti”, di Massimo Pittella, ingegnere informatico. Alla mia proposta di scrivere qualcosa sull’angelo, Massimo mi ha risposto dicendomi che dovevo avere sbagliato persona, perché nella sua esperienza non è la presenza dell’angelo a risultare salvifica e creativa ma la sua assenza. Sarà questo “paradosso angelico” allora a essere spiegato.

  • Si arriva così all’articolo: “La sincronicità come manifestazione angelica dell’unità di senso interno-esterno” di Claudia Reghenzi, laureata in sociologia ma ora scrittrice che ha già in cantiere il suo terzo romanzo. La sincronicità è un evento veramente misterioso, un piccolo miracolo del vivente, e chi la scopre una volta nella propria vita non la dimentica mai.
  • Penultimo: “Quale angelo sulla scena della violenza alle donne?” di Stefania Valanzano, psicoterapeuta che si occupa dell’impatto traumatico della violenza sulle donne. Rigoroso sul piano scientifico e senza alcun riferimento all’angelo, il suo scritto apre a una lettura diversa da quella, datami all’inizio, dell’impossibilità della presenza angelica sulla scena del “delitto”.
  • L’ultimo articolo s’intitola: “L’angelo nel cinema: da La vita è meravigliosa alla vita dei nostri giorni!”, composto a più mani dal Gruppo lettura film secondo una lettura d’anima centrata sull’amore, che ha cercato di delineare i tratti salienti dell’angelo di celluloide per capirlo meglio all’interno delle “proiezioni” sulla sua figura che il cinema così angelicamente ci restituisce.

Concludo questa presentazione del libro con l’ultima frase contenuta nella descrizione della quarta di copertina: “Ne esce un quadro molto eterogeneo e policromo ricco di suggestioni, per un viaggio memorabile nel tempo caduco dell’uomo odierno, ma condotto sulle ali senza tempo dell’angelo.

 

Metafora

Ernst H. Gombrich, Immagini simboliche. Studi sull’arte del Rinasimento, Einaudi, 1978,

p. 234-238

Baldo Lami, Elena Briante, Paolo Ferrario, Francesco Pazienza,Claudia Reghenzi parlano di ANGELICAMENTE, Zephyro edizioni

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ANGELICAMENTE. IL SENSO DELL’ANGELO NEL NOSTRO TEMPO

 

Presentazione di Baldo Lami

Questo libro è nato da una doppia esigenza: in generale quella di comprendere il senso dell’angelo come figura elettiva dell’immaginario spirituale dell’uomo alla luce della sensibilità moderna; e nello specifico quella di liberarlo dal recinto del folclore del sentimento religioso o della metafora solo poetica-letteraria, in cui è stato relegato, per restituirlo alla sua vera realtà vivente.

Per fare questo ho ritenuto necessario richiamarmi a esperienze e a saperi diversi anche rispetto a quelli conosciuti. Anche perché la verità dell’angelo si presenta in discontinuità rispetto all’ordine valoriale stabilito, rispetto alla doxa del momento, cioè dell’opinione corrente. Infatti oltre a infrangere la barriera spaziotemporale, l’angelo infrange anche il sistema di conoscenza vigente.

In questo contesto mi limito a riassumere in due parole il contenuto di ciascun articolo secondo la scansione presentata nel libro stesso.

  • Il primo articolo s’intitola: “L’angelo come metafora della presenza dell’infinito e dell’oltre”, di Grazia Apisa, poetessa e psicoanalista abitante e operante a Genova. Non poteva esserci miglior incipit di questo. Secondo l’autrice, quando l’infinito si è presentificato l’angelo scompare perché ha esaurito il suo compito e non c’è più bisogno di lui.
  • Segue l’articolo: “Gli angeli nella Bibbia e nella Riforma”, di Eliana Briante, pastora della chiesa evangelica metodista di Via Porro Lambertenghi a Milano, che è una comunità multietnica che dirige con molta sensibilità e saggezza. Nel protestantesimo si preferisce fare appello alla mediazione di Cristo, cioè all’umanità dell’uomo, anziché a quella dell’angelo.
  • L’articolo successivo è quello di Gabriele De Ritis, di Sora (FR), ex docente di lettere e da venti anni educatore in un centro di ascolto per ragazzi tossicodipendenti della comunità di Exodus. Il titolo è eloquente di per sé: “Essere angelo per qualcuno. Empatia e kairòs nella relazione di aiuto”. Empatia e kairòs sono due sensi “angelici” presenti potenzialmente in tutti.
  • Segue l’articolo: “Il Genius Loci come angelo del luogo” di Paolo Ferrario, sociologo e docente all’università di Milano Bicocca. Il genius loci fa pensare più a un’angelicità orizzontale pertinente alla terra e alla gens della polis anziché a quella verticale divina. Ma questo è proprio ciò che dovrebbe maggiormente responsabilizzare l’uomo alla cura del luogo che abita.
  • Succede l’articolo: “La mistica del colore. Gli angeli di luce rossa, di luce gialla e di luce blu” di Pietro Gentili, artista eccelso, pittore e astrologo, amico di vecchia data recentemente scomparso a cui devo il principale motivo ispiratore di questo libro e anche (così mi piace pensare) la guida dall’alto. Questa ala di angelo in copertina è un particolare di una sua opera.
  • Dopo è la volta di Claudio Gregorat, musicista compositore e commentatore della sterminata opera di Rudolf Steiner, apostolo dell’esoterismo cristiano, con l’articolo dal titolo anch’esso eloquente: “L’influenza dell’angelo nell’anima umana”, cioè cosa fa e come opera l’angelo nella nostra psiche, con quale finalità. È praticamente il riassunto di un importante saggio di Steiner.
  • Poi ci sono io, Baldo Lami, poeta, psicologo analista, curatore dell’opera e autore con: “La missione disconosciuta degli angeli emotigeni”, cioè suscitatori di emozioni, che hanno un indubbio connotato angelico in quanto sono motivate e motivanti, messaggere e intermediarie tra un mondo e l’altro, tra materia e spirito, tra mente e corpo, tra pensieri e sentimenti.
  • Segue Massimo Marasco, specialista informatico, scrivano e coautore con Silvia Montefoschi di alcuni saggi, con l’articolo dal titolo: “Angeli e custodi”, in cui racconta della “funzione custode” dell’angelo incarnata dalle figure reali che nella sua vita si sono poste come protettrici del suo progetto esistenziale, essendo proprio questo l’oggetto specifico della custodia angelica.

Seguono adesso tre articoli, quasi consecutivi, che pongono al centro dell’immaginazione o della riflessione la speciale supremazia letta in chiave simbolica di uno o più angeli biblici conosciuti.

  • Il primo s’intitola: “L’angelo dell’annunciazione”, di Paola Marzoli, pittrice e psicoanalista che ha svolto una sua personale ricerca sull’angelo che ha annunciato a Maria la nascita di Gesù, cioè l’avvento di un nuovo piano di coscienza. Per questa autrice è quindi questo l’angelo più importante di tutti perché segna l’inizio di un percorso assolutamente nuovo, inedito.
  • Il secondo è: “Michele e Lucifero: cosa avranno ancora quei due da dirsi?” di Maria Luisa Mastrantoni, editore Zephyro, che racconta il dialogo di una coppia angelica di prim’ordine: Michele (il custode dell’ordinamento divino) e Lucifero (il sovvertitore di questo stesso ordinamento) che periodicamente s’incontrano per decidere le sorti del mondo e dell’umanità.

 

  • S’intercala a questo punto l’articolo: “Angeli dell’Europa” di Francesco Pazienza, psicanalista milanese, ex docente steineriano di religione e attualmente anche insegnante di biografia e pedagogia steineriana. Anche Pazienza prende le mosse dal citato saggio di Steiner ma per inclinare subito sull’Europa al cui destino è legato anche il nostro.

 

  • Il terzo dei tre articoli anzidetti è: “Lucifero dinamica divina”, composto dalla coppia Bianca Pietrini e Fabrizio Raggi, abitanti e operanti a La Spezia, Fabrizio anche in qualità di medico e psichiatra. Al centro di questa disamina troneggia Lucifero, che nel pensiero di Silvia Montefoschi, cui gli autori si riferiscono, è il motore di tutta la dinamica evolutiva dell’essere.

 

  • Segue: “Lontananze che disegnano orizzonti”, di Massimo Pittella, ingegnere informatico. Alla mia proposta di scrivere qualcosa sull’angelo, Massimo mi ha risposto dicendomi che dovevo avere sbagliato persona, perché nella sua esperienza non è la presenza dell’angelo a risultare salvifica e creativa ma la sua assenza. Sarà questo “paradosso angelico” allora a essere spiegato.

 

  • Si arriva così all’articolo: “La sincronicità come manifestazione angelica dell’unità di senso interno-esterno” di Claudia Reghenzi, laureata in sociologia ma ora scrittrice che ha già in cantiere il suo terzo romanzo. La sincronicità è un evento veramente misterioso, un piccolo miracolo del vivente, e chi la scopre una volta nella propria vita non la dimentica mai.
  • Penultimo: “Quale angelo sulla scena della violenza alle donne?” di Stefania Valanzano, psicoterapeuta che si occupa dell’impatto traumatico della violenza sulle donne. Rigoroso sul piano scientifico e senza alcun riferimento all’angelo, il suo scritto apre a una lettura diversa da quella, datami all’inizio, dell’impossibilità della presenza angelica sulla scena del “delitto”.
  • L’ultimo articolo s’intitola: “L’angelo nel cinema: da La vita è meravigliosa alla vita dei nostri giorni!”, composto a più mani dal Gruppo lettura film secondo una lettura d’anima centrata sull’amore, che ha cercato di delineare i tratti salienti dell’angelo di celluloide per capirlo meglio all’interno delle “proiezioni” sulla sua figura che il cinema così angelicamente ci restituisce.

Concludo questa presentazione del libro con l’ultima frase contenuta nella descrizione della quarta di copertina: “Ne esce un quadro molto eterogeneo e policromo ricco di suggestioni, per un viaggio memorabile nel tempo caduco dell’uomo odierno, ma condotto sulle ali senza tempo dell’angelo.

Gaston Bachelard, Portrait d’un philosophe

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QUANDO I LIBRI SI PARLANO TRA DI LORO (1): I libri si parlano tra di loro : Ai confini dello sguardo

Sono note a tutti alcune ‘formule’ felici di Eco, da “lector in fabula” a “se un codice non è buono per mentire non è buono nemmeno per dire la verità“, fino al nostro “i libri si parlano tra di loro”, che risale ai tempi di alfabeta. Noi ci chiederemo cosa abbiano da dirsi i libri, e saranno loro a rispondere per noi. Parleranno tra di loro per noi. Non si tratterà di recensioni: delle opere a partire dalle quali prenderemo a scrivere assumeremo quello che ci serve ora, riservandoci di ritornare su di esse, per rimaneggiare il post o per fare di quest’ultimo l’oggetto di un link ipertestuale.

Naturalmente, saranno i nostri libri. Non le novità librarie. E nemmeno i libri noti a tutti.

Seguiremo un nostro antico demone: la passione per gli ipertesti. Ci piace collegare le cose tra di loro: costruire, montare, assemblare, sintetizzare.

Il metodo è presto rivelato: partiremo da un testo e da qualcosa in esso che ci condurrà ad altro. Ci serviremo di pali e di frasche, saltando dagli uni alle altre. Qualche volta ci perderemo nei nostri labirinti. Ci premureremo di gettare la chiave prima di inoltrarci. Preferiamo la navigazione a vista.

Non andiamo da nessuna parte. Siamo impegnati a costruire ponti. Ma non incominciate a fare gli spiritosi: non siamo pontefici! Ci piace leggere. Ci accade di leggere troppe cose contemporaneamente. Forse così facendo troveremo una misura. Il tempo non ha provveduto ancora a fornirci di ‘discrezione’: procediamo massivamente, accumulando e sommando suggestioni e piccole verità.

Ci interessa dissimulare certezze e convinzioni consolidate. Fingeremo di non sapere dove stiamo andando. Anche noi abbiamo diritto a un po’ di suspence!

6 novembre 2010

*

Se andiamo a vedere di cos’è fatto un ‘saggio’ di alfabeta – dal numero 1 del primo anno di pubblicazione: era il maggio 1979 -, scopriamo già nell’Editoriale l’intento della Redazione del mensile di recensire non un solo libro alla volta né solo libri. Un esempio eccellente di questo modo di procedere è dato da La lingua, il potere, la forza di Umberto Eco. La prima delle cinque colonne di cui si compone la prima delle tre grandi pagine (42×31 cm) si apre con quattro riferimenti ‘bibliografici’: ROLAND BARTHES, Leçon, Paris, Seuil, 1978, pp.46 (s.i.p.) [pubblicato poi in italiano da StampAlternativaEditrice a dicembre del 1979, a mille lire]; Foucault: il potere e la parola, a cura di Paolo Veronesi, Bologna, Zanichelli, 1978, pp.154, lire 2400; GEORGES DUBY, Les trois ordres ou l’imaginaire du féodalisme, Paris, Gallimard, 1978, pp.428, franchi 80; MICHEL HOWARD, La guerra e le armi nella storia d’Europa, Bari, Laterza, 1978, pp.308, lire 7500.

[…]

da QUANDO I LIBRI SI PARLANO TRA DI LORO (1): I libri si parlano tra di loro : Ai confini dello sguardo.

Vecchiaie: Paolo Villaggio

Vecchiaie nel Tempo che resta: Paolo Villaggio

 

gli Haiku, di Laura di Firenze

siccome amo appassionatamente l’haiku -paolo lo sa e ne scrivo ormai da dodici anni mi sento di aggiungere la mia voce, come chiamata in causa ma è per passione che rispondo!

 

Haiku la vita
un attimo di vita
diventa poesia

 

quest’haiku era in epigrafe ad una mia ispirata tesina sull’argomento haiku nel 2001, e proprio da quella vorrei estrapolare qualche frammento significativo, se può interessare come vivamente immagino!


Solo diciassette sillabe per circoscrivere un’emozione.
Sono sufficienti per tuffarsi nel proprio
Sé connesso al Tutto,
nell’universo della nostra percezione.

A mio giudizio, ferma restando la regola sillabica, dalla quale non sento possibile allontanarmi (e comunque l’applicazione della sinalefe, nella nostra metrica, “comporta” qualche sillaba in più),
sento invece sensata ed agevole la sperimentazione di una libertà espressiva per i contenuti, un agio mentale di poter spaziare dall’osservazione e dallo stupore della natura al mio proprio
microcosmo emozionale, a qualsiasi riflesso, appunto, della mia personale interiorità sentimentale e percettiva.

Miracolo di sintesi di linguaggio e di carica espressiva l’ haiku è rapido, folgorante, intenso, emozionante ma anche concreto preciso, contingente.
….

La visione simbolista e crepuscolare di un haiku carico di dissolvenza, di aloni, di allusività, di vaghezza e mancamento, di atmosfera indistinta, “quell’aria di scusarsi di esistere” -come ebbe a dire Andrea Zanzotto, non è un’interpretazione del tutto esauriente in quanto il haiku dice degli stati d’animo ma parla, anche, di cose, di oggetti precisi che nella loro particolare contingenza rispecchiano il mondo. In altri termini la concretezza della vita quotidiana si congiunge al senso del mistero e della profondità, quella particolare atmosfera che viene definita “lo yugen”.
L’atmosfera del haiku è caratterizzata da intime profondità, inaccessibili ad una lettura disattenta, è come la punta di un iceberg che cela un’altra massa di ghiaccio nascosta ed impercettibile.
Il tratto essenziale di quell’atmosfera è lo yugen appunto, termine che si può rendere con profondità misteriosa. Chi sa coglierla si troverà in contatto con il mistero che mai può essere
completamente vagliato e svelato.

Come D. T. Suzuki ci ricorda “la realtà ovvero l’origine di tutte le cose, è una quantità ignota all’intelletto umano ma che comunque possiamo sentire nel modo più concreto”.
Ogni haiku è un universo compiuto in una percezione istantanea di tempo e di luogo definiti.

Analizzando il celebre sublime haiku di Basho:

 

Furu ike ya
Kawazu tobikomu
Mizu no oto

 

vecchio stagno
tonfo di rana
suono d’acqua

 

viene così subito chiaro e in risalto l’aspetto cosiddetto yohaku (da intendersi come qualità che connota ogni forma di riduzione all’essenziale): la riduzione al minimo delle parole impiegate, così
al livello semantico, la realtà e l’evento rappresentato non vengono accompagnati da alcuna allusione al soggetto che li percepisce né tanto meno da una sua riflessione o da un suo commento sentimentale (la rappresentazione dell’attimo in cui si danno il tonfo nell’acqua della rana e il suono corrispondente non è accompagnata da alcuna considerazione del poeta sulla fugacità del tempo o sull’interruzione di una situazione di pace o di silenzio) ma viene a prodursi una alta concentrazione spaziale (una semplice linea chiusa, lo stagno al cui interno si colloca solo un punto, quello in cui avviene il tonfo della rana) ed una concentrazione temporale di tre tempi in uno: l’aggettivo vecchio che conferisce all’intera scena la qualità sabi (di semplicità, naturalità, rusticità)indica il tempo passato, mentre tonfo indica un primo tempo presente e suono
un secondo tempo presente leggermente sfasato rispetto al primo. Questa serie di minuziose considerazioni analitiche non devono e non fanno tuttavia dimenticare che questi tre versi sprigionano una prodigiosa potenza sintetica. Ecco il miracolo del haiku!

Ancora tanto si potrebbe dire sull’haiku, tutto il dicibile ed ogni tentativo sull’indicibile, la sua bellezza, l’ineffabilità , la sua grandiosità: l’haiku non ha limiti di definizione, non ha confini, come un vasto mare, perennemente mutevole e sempre uguale, come le stagioni, come l’esistenza.
Ecco haiku è la vita, un attimo di vita che è poesia, poesia del reale che ci comprende e ci trascende.

L’haiku esorta alla partecipazione, al godimento di un’ineffabilità mai totalmente rivelata, ci permette di intuire l’insondabile nelle sue tonalità di base. l’haiku ci porta per mano al valore delle cose vicine, quelle ordinarie e abituali, verso l’insignificante che tale non è mai e ci svela la straordinarietà dell’ordinario. Tutti gli elementi sono degni del nostro occhio poetico, ogni creatura vivente nessuna esclusa, ogni fibra del mondo vegetale, ogni minerale o sostanza inorganica: tutto è degno della stessa attenzione. Ogni cosa è se stessa ed è, nel contempo, qualcos’altro, si tratta dell’assunto basilare di una logica paradossale.
Le distinzioni di valore non si addicono al mondo dell’haiku perché esso sottolinea, piuttosto, la totalità -unico modo, di cogliere la particolarità delle cose.

….
… ancora qualche nota personale, dire che nel mio personale approccio al mondo del haiku fin dal primo cimentarmi ho sentito fortemente il rispetto delle diciassette sillabe, ho sentito potente e misteriosa la sapienza numerologica di quella scansione, essendo nuovo per me il rigore il rispetto della disciplina mi sono inchinata a questa acquisizione ed è stato ed è naturale per me rispettarla, anche se talvolta mi è capitato di avvertire i limiti di una misura ingabbiante o un senso mutilante, eppure via via che procedo è sempre più chiara ed istintuale la mia adesione a quella regola sillabica.
Per tutto il resto voglio sperimentare libertà e naturalezza, non osservo necessariamente il kigo stagionale, penso che comunque sia sottinteso un tempo fisico che mi vede agire e vibrare di quella emozione che voglio cogliere. Mi piacciono tanti sapori anche quello del divertissement dell’ironia o dell’autoironia o addirittura del sapienziale, forse è un forzare lo spirito del haiku ma perché no? Persino in Giappone si pongono questi problemi, una tenace osservanza dei canoni strettamente classici sa di déja vissuto, di ritualistica alla fin fine se non si rinfresca con il respiro del nostro tempo e con l’alito di questo momento. Per questo mi prendo libertà per i contenuti.
Per me, ma si può dire per chiunque si metta in sintonia, l’haiku è rapimento emozionale, folgorazione zen, trasalimento, stupore, intima connessione con la natura, abbattimento della separazione, evaporazione delle dicotomie, fusione panica, semplicità e semplificazione della realtà, luminosa comprensione della straordinarietà dell’ordinario.

Per tutto questo con gratitudine ed amorevolezza esprimo, anch’io, la celebrazione della vita,attraverso i miei haiku. –

-30 agosto 2001-

aggiungo infine alcuni haiku che mi sono cari che vogliono sbucar fuori da una raccolta di haiku di sapore psicoanalitico

 

Nuvole e vento
pellegrino vagante
il mio pensiero

 

Dall’indistinto
tracce confuse chiare
orme d’amore

 

Unisci sogno
a realta’ e fluisce gioia
di giocoliere

 

Neve prepara
il lento sbocciare dei
fiori a venire

 

Andiamo a casa
e’ nel viaggio di anime
da lontananze

 

Inutili mai
le parole d’amore
dentro le mani

 

Nuvola ignara
di sazieta’ e digiuno
tempo nomade

 

Fluttuano voci
sulla trama e l ‘ordito
di vero e occulto

 

Ora ti ascolto
raccontami di me
quello che sono

 

Come uno specchio
un haiku ecco illumina
il nostro volto

 

Oscillazioni
spiragli di sereno
nel cielo grigio

 

E’ così umano
disperarsi e gioire
sentirsi vivi

 

Un papavero
aspetta d’esplodere
vivida vita

 

Quale ideogramma
ora mi rappresenta ?
Inquieta calma

 

i papaveri
il simbolo più bello
di caducità

 

senza parlare
stare in calma e silenzio
solo ascoltare

 

è la parola
– sollievo e beneficio –
nasce il pensiero

 

andare lenti
incontrare se stessi
e respirare

 

fiore di campo
non un fiore di serra
così è l’amore

 

vagano le idee
come cavalli bradi
il cuore tace

 

capsula oscura
ogni notte origine
di vita e sogno

 

foglie d’autunno
alla vita stringersi
poi basta poco

 

i tratti oscuri
accompagnano il viaggio
il non sapere

 

gioia ad attimi
è come un’esplosione
inaspettata

 

ammutolire
questo tacere dentro
che sa di quiete

 

la nebbia addosso
per dare confidenza
all’incertezza

 

una giornata
di respiro e di vento
e di speranza

 

ampia schiarita
dopo il cielo coperto
il tempo muta

 

quello che senti
può scaldarti l’anima
strada di casa

 

è la memoria
non è l’oblio la forza
della crescita

 

È la memoria
Papavero di campo
Che tiene desti

 

il papavero
è vita luminosa
un talismano

 

spero di non aver esagerato..gli haiku mi prendono la mano ed ho seguito una vocina d’istinto che mi diceva condividi con gli amici angelici!

grazie!

Haiku

Poesia giapponese costituita da tre righe (sarebbe improprio dire costituita da tre versi) di 5, 7, 5 sillabe (totale 17: notevole per la numerologia).

Ha per oggetto la natura e contiene una parola che evoca una stagione.

Comporre haiku è un’arte zen.

Come ha spiegato Roland Barthes, gli haiku danno luogo a una “visione senza commento“, riproducono “il gesto di un bambino che mostra con il dito qualsiasi cosa dicendo: quello!

passa un angelo… , haiku di Laura di Firenze

 

passa un angelo
dice AMEN nel tramonto
del sole viola

Laura di Firenze, 12 febbraio 2001

 

 

 

Perduti angeli, haiku di Laura di Firenze

Perduti angeli
poi ritrovati..angeli
ci sono sempre

Laura di Firenze, 25 giugno 2001

fa capo al cuore …, haiku di Laura di Firenze

fa capo al cuore
ogni angelo addestrato
all’incompiuto

Laura di Firenze, 3 aprile 2009

un fatto nuovo, haiku di Laura di Firenze

un fatto nuovo
sentire le voci
di uomini angeli

Laura di Firenze, 31 gennaio 2005

la luce inonda … , haiku di Laura di Firenze

la luce inonda
piccole ombre sul cuore
dileguano

Laura di Firenze, 30 maggio 2007

trasfigurata … , haiku di Laura di Firenze

trasfigurata
il viso di un angelo
radiosità

Laura di Firenze, 31 agosto 2001

Per accedere a dominio angelico.com cliccare su sé, haiku di Laura di Firenze

Per accedere a
dominio angelico.com
cliccare su sé

Laura di Firenze, 14 aprile 2006

Angeli persi: Haiku di Laura di Firenze

Angeli persi
graffiti d’ombra cifra
dell’incompiuto

Laura di Firenze, 9 aprile 2001

Gaston Bachelard, La poesia della materia, tracce audio, 1952, 1954

Vorrei fare partecipe il lettore che passasse su questa pagina delle 

conferenze che Gaston Bachelard tenne fra il 1952 e il 1954

ad una radio sul tema degli “elementi materiali” sedimentati dentro ciascuno di noi.

La casa editrice Red di Como (che ora non c’è più, perchè il suo animatore è migrato in un paese lontano) le fece trovare allegate al libro:

 

La voce del traduttore, con sullo sfondo la voce stessa di Bachelard, dà, secondo me, qualcosa di più a queste parole. Qui la voce ha un valore aggiunto.

Natura

Natura deriva dalla traduzione latina della parola greca physis (φύσις).

Secondo Heidegger questo termine greco è collegato alla parola phàos, phòs che vuol dire luce volendo significare una connessione tra la vita e la luce

viaNatura | Coatesa sul Lario e dintorni.

Jacques Bonnet: I fantasmi delle biblioteche

…. L’altra grande categoria di bibliomani è quella dei lettori insaziabili. Non che i primi non leggano, ma il loro interesse principale è rivolto altrove. Non che i secondi non finiscano per avere molti libri, ma quello non è il loro vero scopo; semmai è una conseguenza della loro mania. All’inizio c’è in loro una gran voglia di leggere, una curiosità onnivora, ma questo non implica inevitabilmente un accumulo: i libri possono anche essere consultati in biblioteca o presi in prestito e, nel caso che li si sia comprati, si possono rivendere. Ma il bibliomane lettore vuole tenere l’oggetto per sé, averlo a disposizione. Il narratore di Carlos Maria Domínguez descrive il fenomeno in modo convincente: il lettore sviluppa un attaccamento non solo per la lettura, ma per l’oggetto che l’ha resa possibile: Mi sono spesso domandato perché tengo dei libri che potranno servirmi solo in un lontano futuro, dei titoli estranei ai miei percorsi consueti, delle opere che ho letto una volta sola e che riaprirò solo fra molto tempo, forse mai più. Ma come eliminare Il richiamo della foresta senza distruggere uno dei rari elementi intorno ai quali si è costruita là mia infanzia? Come disfarmi di Zorba il greco che ha suggellato la mia adolescenza tra le lacrime o di La venticinquesima ora? Come rinunciare ai tanti libri confinati da anni sugli scaffali più alti, quei libri muti ma intatti ai quali ci lega una solenne promessa di fedeltà? (La casa de papel) 

….

via TecaLibri: Jacques Bonnet: I fantasmi delle biblioteche.

Eugenio Borgna, Le emozioni ferite, Feltrinelli editore

Carlo Rivolta interpreta l’apologia di Socrate di Platone (Audio dell’intera recitazione), 10 marzo 2006

Vai e ascolta l’Audio della Apologia di Socrate recitata da Carlo Rivolta il 10 marzo 2006


Il significato della morte

Consideriamo anche da questo lato il fatto che c’è molta speranza che il morire sia un bene. In effetti, una di queste due cose è il morire: o è come un non essere nulla e chi è morto non ha più alcuna sensazione di nulla; oppure, stando ad alcune cose che si tramandano, è un mutamento e una migrazione dell’anima da questo luo go che è quaggiù ad un altro luogo . Ora,se la morte è il non aver più alcuna sensazione, ma è come un sonno che si ha quando nel dormire non si vede più nulla neppure in so gno, allora la morte sarebbe un gua dagno meraviglioso. Infatti, io riten go che se uno, dopo aver scelto questa notte in cui avesse dormito così bene da non vedere nemmeno un sogno, e, dopo aver messo a confronto con questa le altre notti e gli altri giorni della sua vita, dovesse fare un esame e dirci quanti giorni e quante notti ab bia vissuto in modo più felice e più piacevole di quella notte durante tut ta la sua vita; ebbene, io credo che costui, anche se non fosse non solo un qualche privato cittadino, ma il Gran Re,troverebbe lui pure che que sti giorni e queste notti sono pochi da contare rispetto agli altri giorni e alle altre notti. Se, dunque, la morte è qualcosa di tal genere, io dico che è un guadagno. Infatti, tutto quanto il tempo della morte non sembra essere altro che un’unica notte.

Invece, se la morte è come un partire di qui per andare in un altro luogo, e sono vere le cose che si raccontano, ossia che in quel luogo ci sono tutti i morti, quale bene, o giudici, ci potrebbe essere più grande di questo?Infatti, se uno,giunto al l’Ade, liberatosi di quelli che qui da noi si dicono giudici, ne troverà di veri, quelli che si dice che là pronun ciano sentenza: Minosse, Radamante, Eaco, Trittolemo e quanti altri dei se midei sono stati giusti nella loro vita”; ebbene, in tal caso, questo passare nell’aldilà sarebbe forse una cosa da poco?

E poi, quanto non sarebbe dispo sto a pagare ciascuno di voi, per stare insieme con Orfeo e con Museo, con Omero e con Esiodo?

Per quello che mi riguarda, sono disposto a morire molte volte, se questo è vero. Infatti, per me, sarebbe straordinario tra scorrere il mio tempo, allorché mi incontrassi con Palamede, con Aiace figlio di Telamonio e con qualche altro degli antichi che sono morti a causa di un ingiusto giudizio, metten do a confronto i miei casi con i loro! E io credo che questo non sarebbe davvero spiacevole.

Ma la cosa per me più bella sarebbe sottoporre ad esame quelli che stanno di là, interrogandoli come facevo con questi che stanno qui, per vedere chi è sapiente e chi ritiene di essere tale, ma non lo è.

Quanto sarebbe disposto a pagare uno di voi, o giudici, per esaminare chi ha portato a Troia  il grande esercito, oppure Odisseo o Sisifoe altre innumerevoli persone che si possono menzionare, sia uomini che donne?

E il discutere e lo stare là insieme con loro e interrogarli, non sarebbe davvero il colmo della felicità?

E certamente, per questo, quelli di là non condannano nessuno a morte. Infatti, quelli di là, oltre ad essere più felici di quelli di qua, sono altresì per tutto il tempo immortali, se sono vere le cose che si dicono.

Messaggio conclusivo di Socrate e commiato

Ebbene, anche voi, o giudici, biso gna che abbiate buone speranze da vanti alla morte, e dovete pensare che una cosa è vera in modo particolare, che ad un uomo buono non può capitare nessun male, né in vita né in morte. Le cose che lo riguardano non vengono trascurate dagli dèi.

E anche le cose che ora mi riguar dano non sono successe per caso; ma per me è evidente questo, che ormai morire e liberarmi degli affanni era meglio per me.

Per questo motivo il segno divino non mi ha mai deviato dalla via seguita.

Perciò io non ho un grande rancore contro coloro che hanno votato per la mia condanna, né contro i miei accu satori, anche se mi hanno condannato e mi hanno accusato non certo con tale proposito, bensì nella convinzio ne di farmi del male.E in ciò meritano biasimo.

Però io vi prego proprio di questo. Quando i miei figli saranno diventati adulti, puniteli, o cittadini, procuran do a loro quegli stessi dolori che io ho procurato a voi, se vi sembreranno prendersi cura delle ricchezze o di qualche altra cosa prima che della virtù.

E se si daranno arie di valere qual che cosa, mentre non valgono nulla, rimproverateli così come io ho rim proverato voi, perché non si danno cura di ciò di cui dovrebbero darsi cura, e perché credono di valere qual che cosa, mentre in realtà non valgo no niente.]

Se farete questo, avrò ricevuto da voi quello che è giusto: io e i miei figli.

Ma è ormai venuta l’ora di andare: io a morire, e voi, invece, a vivere.

Ma chi di noi vada verso ciò che è meglio, è oscuro a tutti, tranne che al dio.


Platone, Apologia di Socrate

In: Platone, Tutti gli scritti, a cura di Giovanni Reale, Rusconi, 1991, p. 44-46

I Presocratici raccontati da Emanuele Severino

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vedi anche

EMANUELE SEVERINO racconta i PRESOCRATICI e la NASCITA DELLA FILOSOFIA, La Repubblica editore, 2019. Indice del libro

Rainer Maria Rilke – Esperienza della morte

ESPERIENZA DELLA MORTE

Nulla sappiamo di questo svanire
che non accade a noi. Non abbiamo ragioni
– ammirazione, odio oppure amore –
da mostrare alla morte la cui bocca una maschera

di tragico lamento stranamente sfigura.
Molte parti ha per noi ancora il mondo. Fino a quando
ci domandiamo se la nostra parte piaccia,
recita anche la morte, benché spiaccia.

Ma quando te ne andasti, un raggio di realtà
irruppe in questa scena per quel varco
che tu ti apristi: vero verde il verde,
il sole vero sole, vero il bosco.

Noi recitiamo ancora. Frasi apprese
con pena e con paura sillabando,
e qualche gesto; ma la tua esistenza,
a noi, al nostro copione sottratta,

ci assale a volte e su di noi scende come
un segno certo di quella realtà;
tanto che trascinati recitiamo
qualche istante la vita non pensando all’applauso.

PARMENIDE (c. 475 a.C. )

PARMENIDE
(c. 475 a.C.�)

On NaturePeri Physeos
Edited by Allan F. Randall from translations by David Gallop, Richard D. McKirahan, Jr., Jonathan Barnes, John Mansley Robinson and others.
home.ican.net/~arandall/Parmenides/

Parmenides’ Principle
http://home.ican.net/~arandall/Parmenides/Parm-comment.html

Parmenides
http://web.mit.edu/wedgwood/www/ancient/parmenides.html

Parmenide
http://members.xoom.com/Poesia/parmenide/parmenid.htm

Il pensiero antico

Stephen King (2000) La tempesta del secolo, Sperling & Kupfer Traduzione di Tullio Dobner, da TartaRugosa

Questa volta Stephen King non lascia via di scampo: questa volta vince proprio il Male.

Siamo a Little Tall Island, una piccola isola davanti alla costa del Maine, un luogo che già conosciamo per avervi incontrato Dolores Claiborne, del cui marito più volte nel libro si ricorda la misteriosa morte.

E’ una piccola comunità che fa vanto della propria coesione e della propria capacità di conservare i segreti per fronteggiare i rigori di una natura ostile, soprattutto in quel 1989, quando dalla TV viene dato annuncio dell’arrivo della tempesta del secolo: “Venti da uragano lungo la costa del Maine e sulle isole … quando comincerà a cadere la neve l’intensità della precipitazione crescerà velocissimamente … Diciamo che l’entità delle precipitazioni sarà straordinaria. Un metro? Probabile. Due? Possibile anche questo”.

Affascinati anche dalla modalità narrativa – praticamente la diretta sceneggiatura di quello che diventerà un film televisivo – seguiamo pietrificati il parallelo avvicendarsi dei tre giorni di tormenta e il diabolico piano di Linoge, il Male vestito da mostro.

Mentre larghe falde di neve si infittiscono sempre più, avvolgendo dapprima strade, poi auto e furgoni, infine case e negozi, ombre di orrore si allungano nelle tenebre della notte che cala.

Le storie delle famiglie della comunità, nuclei compatti di amore ed affetto, iniziano a mostrare incrinature sottili che presto si aprono in larghe crepe, dove precipita quell’integrità di idea di famiglia perfetta.

Il primo omicidio non resta a lungo misterioso. Linoge ha voglia di essere arrestato. Fa parte del suo piano informare tutti da subito sul perché è lì:DATEMI QUELLO CHE VOGLIO E ME NE VADO.

Fuori la tempesta infuria e l’orribile presagio che mai più nulla sarà come prima è anche il cedimento del faro, simbolo di luce e orientamento.

Linoge è la diabolica creatura che proietta e contemporaneamente rispecchia il fondo buio della coscienza, là dove si ha paura di guardare.

Le scene orrorifiche che il Satana perpetra celano gli scheletri sepolti nelle storie degli apparentemente tranquilli abitanti dell’isola.

La presenza del Male come prodotto delle responsabilità individuali emerge come per incanto grazie alla sapiente regia di Linoge che SA e CONOSCE i segreti di ognuno e se ne arma le mani: “L’isola è piena di adulteri, pedofili, ladri, intemperanti, assassini, prepotenti, farabutti e avidi idioti. Io li conosco tutti … nato nel vizio, morto nel supplizio. Nato nel peccato, a entrare sia invitato”.

Mosse da una forza superiore e incontrollabile, delicate e sensibili creature soggiogate da vendetta, rancore, delusione, invidia che annebbiano vista e coscienza, diventano attori di raccapriccio e terrore, di omicidi crudeli ed efferati, punizioni terribili per peccati commessi e mai confessati.

Linoge, presentificazione del Male e della Cattiva Coscienza, porta agli uomini della comunità il suo messaggio: “Io ho vissuto a lungo, migliaia di anni, ma non sono un dio e nemmeno uno degli immortali … Calcherò ancora qualche suolo quando voi sarete sotto terra. Ma dal punto di vista della mia esistenza personale, mi resta poco tempo … Voglio qualcuno da allevare e istruire; qualcuno a cui passare tutto quello che ho imparato e tutto ciò che so; voglio qualcuno che porti avanti il mio lavoro quando io non potrò più farlo … Voglio un bambino. Uno degli otto che dormono là dietro. Non m’importa quale, sono tutti uguali ai miei occhi. Datemi quello che voglio, datemelo spontaneamente, e andrò via. … Negatemelo e i sogni che avete fatto la notte scorsa si avvereranno. I bambini cadranno dal cielo, voi andrete a gettarvi nell’oceano, a due a due, e quando la tempesta sarà finita, troveranno quest’isola vuota, deserta”.

Il Male non può permettersi di svanire senza lasciare eredi.

Sono ancora i bambini innocenti ad essere vittime del Male, irretiti dai suoi giochi e dalle sue magie, dalla testa del suo bastone che da cane lupo con la bocca insanguinata può trasformarsi in cane affettuoso, festosa guida nel cielo azzurro dietro cui Linoge vola tenendo per mano due bambini, a loro volta uniti ad altri due, fino a formare una larga V.

Se il Male sente di essere a fine corsa, deve continuare a nutrirsi, e non è detto che la vittima sacrificale se ne dispiaccia: se allevata dalla tenera età, un giorno potrà persino chiamarlo padre …

Datemi quello che voglio …” la realtà del sacrificio di un figlio è più insopportabile di qualsiasi altro scenario, ma l’alternativa (la scomparsa di tutti) è un’atrocità tragicamente superiore ad ogni tipo di incubo.

Quanto possono ancora sopportare gli abitanti di Little Tall Island?

Mike Anderson, lo sceriffo, è l’unico che disperatamente tenta di resistere, di ricompattare le forze di ognuno: “Opporglisi, uno di fianco all’altro, spalla a spalla. Dirgli di no in una voce sola. Fare quello che c’è scritto sulla porta attraverso la quale passiamo per entrare qui dentro, avere fede in Dio e ciascuno nel suo prossimo. E allora … forse … se ne andrà. Come sempre se ne vanno le tempeste, quando hanno esaurito la loro energia”.

C’è un fascino misterioso e malato nel guardare in faccia il Male.

Qualcosa che attrae e ipnotizza.

Andy: “Che scelta abbiamo. Che cos’altro possiamo fare?”

Tavia: “Tu parli come se avesse intenzione di uccidere il bambino, Mike … Come se fosse una sorta di … di sacrificio umano. A me è sembrata piuttosto una specie di adozione”.

Jonas: “Anzi, gli promette lunga vita. Se gli si vuole credere, naturalmente. E dopo aver visto io … il fatto è che io gli credo”.

Per Mike il dolore è insopportabile, folle, senza senso. Il cerchio composto della piccola comunità si sfalda e anche Molly, sua moglie, gli è contraria: “Non ci siamo mai tirati indietro davanti ai nostri doveri, Michael. Abbiamo partecipato a tutti i momenti della vita di quest’isola e ne faremo parte anche questa volta”.

Nessuno può contrastare Linoge. Ciò che hanno visto ha fatto loro capire che la sua forza soprannaturale ha la possibilità di sovvertire il corso degli eventi secondo un preciso disegno di distruzione.

Meglio accettare il mostruoso aut-aut. La pallina nera resterà fra le mani di Molly, segno che il prescelto da Linoge diventerà proprio il figlioletto di Molly e Mike.

E Linoge ringrazia.

Avete fatto una cosa difficile, amici miei, ma a dispetto di quanto possa avervi detto lo sceriffo, è anche una cosa buona. La cosa giusta. La sola cosa, in realtà, che avrebbero potuto fare persone responsabili e amorevoli, date le circostanze”.

I segreti hanno bisogno di qualcuno che li ascolti, perché se rimangono prigionieri nel cuore di chi li vive, non potrà esserci salvezza.

Mike lascia l’isola e, a distanza di anni, conosceremo l’evoluzione dei personaggi incontrati durante la famosa tempesta del secolo.

Diversamente da altri romanzi di King, qui non siamo in presenza della favola che oppone il Bene al Male. Qui la paura del nostro tempo prende il sopravvento, è come se il mondo si svelasse a se stesso tirando fuori l’Ombra annidata nei gesti più banali, nelle pareti della casa, nei sotterranei della città.

E’ un romanzo senza speranza: infine il Male ce l’ha fatta a venire a regnare sulla Terra.

Grazia Apisa Gloria, Colei che con me giace

Colei che con me giace
non dice parole
aspetta e osserva
E’ invisibile
eppure manifesta
Ha occhi profondi e bui
non puoi vederli
Eppure ascolto
i suoi passi leggeri
Forse non lo sapete
ma è venuta a trovarmi
bambina
non diceva parole
osservava e ascoltava
silenziosa
L’ho sentita arrivare
anche stasera
all’imbrunire
si è sdraiata nel letto
insieme a me

Non è impaziente
aspetta ,
ma stavolta ho quasi udito
il suo richiamo
un richiamo profondo
sussurrato
come un grido fioco
Piangeva a me congiunta
amante senza tempo né volto
dolce più di una madre
forte più di un amante
Aveva in mano
un mazzo di rose e di violette
Le ha posate senza un sorriso
ai piedi del letto
Poi se ne è andata
senza dire nulla

Genova, 6- 4-2009

Sulla filosofia antica: Intervista a Giovanni Reale

Da Asia.it/Festival della filosofia 2010:



    Eugenio Borgna: Le emozioni ferite, La follia è angoscia ma anche risorsa, Le intermittenze del cuore, …


    Un viaggio alla riscoperta di stati d’animo ed emozioni che ci parlano di quello che si svolge nella nostra psiche e nella nostra anima, dove agli strumenti della psichiatria si affiancano la la letteratura, la filosofia, la poesia, l’arte. Un intervento dello psichiatra al Festivaletteratura di Mantova.

    Morte

    Fulvio Papi. Cinque scherzi filosofici (per tutti), Christian Marinotti editore, 2001

    p. 203-225

    Memoria

    Fulvio Papi. Cinque scherzi filosofici (per tutti), Christian Marinotti editore, 2001

    p. 161-201

    Felicità

    Fulvio Papi. Cinque scherzi filosofici (per tutti), Christian Marinotti editore, 2001

    p. 103-159

    Verità

    Fulvio Papi. Cinque scherzi filosofici (per tutti), Christian Marinotti editore, 2001

    p. 63-101

    Amore

    Fulvio Papi. Cinque scherzi filosofici (per tutti), Christian Marinotti editore, 2001

    p. 9-61

    Politica e Persona

    Alfonso Berardinelli, L’abc del mondo contemporaneo, Minimum Fax, 2004

    p. 73-76

    Individuo e Gruppo

    Alfonso Berardinelli, L’abc del mondo contemporaneo, Minimum Fax, 2004

    p. 66-68

    Tecnologie

    Alfonso Berardinelli, L’abc del mondo contemporaneo, Minimum Fax, 2004

    p. 50-52

    Politica e terrore

    Alfonso Berardinelli, L’abc del mondo contemporaneo, Minimum Fax, 2004

    p. 47-49

    Catastrofe

    Alfonso Berardinelli, L’abc del mondo contemporaneo, Minimum Fax, 2004

    p. 34-46

    Benessere

    Alfonso Berardinelli, L’abc del mondo contemporaneo, Minimum Fax, 2004

    p. 22-33

    Autonomia

    Alfonso Berardinelli, L’abc del mondo contemporaneo, Minimum Fax, 2004

    p. 11-21

    Il “principio speranza” secondo Ernst Bloch

    ……

    Ne Il principio speranza, Bloch mostra come la coscienza anticipante dell’uomo, la sua capacità di anticipare i progetti più alti mettendo in moto lo sviluppo storico, si manifesti sia nelle piccole forme storiche quali: i sogni e le aspirazioni che caratterizzano la vita quotidiana, il mondo fantastico delle favole, i racconti dei films e degli spettacoli teatrali, le utopie sociali sia nelle grandi concezioni religiose, filosofiche.

    In tutte queste forme della coscienza anticipante dell’uomo, l’elemento fondamentale è la speranza, la quale non è qualcosa di puramentesoggettivo ma aspetto reale dello sviluppo concreto dell’essere.

    L’essere non è infatti ontologicamente definibile nella sua immediata staticità e cristallizzazione ma il vero, vitale essere è il non-essere-ancora.

    Dall’analisi della natura della coscienza anticipante dell’uomo, infatti, emerge chiaramente il non-ancora come la sua verità più profonda che dà valore reale alla speranza, intesa non più come astratto sogno campato in aria, ma come docta spes, oggettivamente basata sul dinamismo della realtà.

    La speranza allora, non è solo un atteggiamento sentimentale, ma concreta forza di voler costruire, con precisione razionale, la realtà. Così accade nell’arte e in particolare nella musica quando, sulla base di una rigorosa reale base matematica, essa suscita in noi un flusso di sentimenti.

    Tuttavia, già nell’Introduzione alla traduzione italiana di quest’opera principale di Bloch, Remo Bodei ricorda che non tutti i miti e i filosofi hanno considerato la speranza una virtù[4]. E di ciò sembra accorgersi pure lo stesso Bloch, sia prendendo atto delle impreviste e non volute ricadute del suo pensiero sulla “Teologia della speranza” del protestante Moltmann[5], sia inserendo al capitolo 20 un’importante alternativa: la speranza non più come sguardo ottimisticamente diretto al futuro, bensì come immersione nelle potenzialità insite nel presente, quando l’uomo tenta di vivere cogliendo l’eternità nell’istante, il carpe aeternitatem in momento e il nunc aeternum dell’attimo oscuro.[6][7]

    La nostra coscienza del presente, che noi crediamo chiara, in effetti è offuscata: alla base del faro non c’è luce [8] ; noi dobbiamo dirigere la sua luce della speranza su ogni attimo della nostra vita presente, altrimenti la luce del faro si perde nella notte del futuro.

    ….

    l’intera scheda su Esnst Bloch qui:

    Ernst Bloch – Wikipedia.

    Michele e Lucifero

    Questo racconto che ho scritto con piacere mi ha riportato indietro nel tempo, quando giovane ragazza scrivevo brevi storie d’amore e d’altro…
    Ma il tema del libro proposto da Baldo Lami sugli angeli mi forniva l’occasione – per i due angeli, il buono e il cattivo – di farli uscire dagli schemi che da sempre li imprigionano: Michele sempre algido e perfetto così come Lucifero sempre “dannato”…
    Tra tutte le ricerche fatte mi sono imbattuta in un libro, ormai introvabile, che ho apprezzato molto “Il diavolo” di Giovanni Papini che mi ha fornito spunti interessanti e occasione di ulteriori riflessioni sul tema della dannazione.

    Marilena Dusi, Maria Dolores Moroldo, Claudia Reghenzi, Eliana Vallini, Elena Buzzetti e Gianfranco Bellini., L’angelo nel cinema

    GRUPPO LETTURA FILML’angelo nel cinema

    INDICE DEL SAGGIO:
    Premessa
    La vita è meravigliosa (Frank Capra, USA 1946)
    La moglie del vescovo (Henry Koster, USA 1947)
    Appuntamento con un angelo (Tom McLoughlin, USA 1987)
    Il cielo sopra Berlino (Wim Wenders, Germania 1987)
    Così lontano così vicino (Wim Wenders, Germania 1993)
    The Prophecy I, II, III (USA, 1995-2000)
    Michael (Nora Ephron, USA 1996)
    City of Angels – La città degli Angeli (Brad Silberling, USA 1998)
    Angels in America (Mike Nicholson, USA 2003)
    Angel-A (Luc Besson, Francia 2005)

    Il Gruppo lettura film è composto da Marilena Dusi, Maria Dolores Moroldo, Claudia Reghenzi, Eliana Vallini, Elena Buzzetti e Gianfranco Bellini.

    STEFANIA VALANZANO, Quale angelo sulla scena della violenza alle donne?

    STEFANIA VALANZANO, Quale angelo sulla scena della violenza alle donne?

    INDICE DEL SAGGIO:
    La violenza dell’altro
    Violenza contro le donne e ambiguità
    Il fattore transgenerazionale nel fenomeno della violenza contro le donne
    L’angelus novus e il disvelamento sulla scena della violenza verso le donne

    Stefania Valanzano, psicologa psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico, vive a La Spezia dove svolge attività clinica con adolescenti e adulti. Si interessa da diversi anni di bioetica e dell’impatto delle tecniche di riproduzione assistita sul corpo femminile. Attualmente si occupa in modo particolare degli aspetti traumatici della violenza verso le donne e del ruolo giocato dal fattore transgenerazionale nelle patologie sociali.

    CLAUDIA REGHENZI, La sincronicità come manifestazione angelica dell’unità di senso interno-esterno

    CLAUDIA REGHENZI, La sincronicità come manifestazione angelica dell’unità di senso interno-esterno:

    Claudia Reghenzi, laureata in Scienze politiche, dirige la sua passione alla scrittura e all’introspezione. Nel 2006 pubblica il suo primo romanzo Il ponte su due mondi e nel 2009 Giallo all’ombra del vescovado con il quale vince il terzo premio “Autrice dell’estate 2009”. Collabora con le associazioni culturali “Fare anima” di Milano e “Quintoquadrante” di Brescia.

     

    MASSIMO PITTELLA, Distanze che disegnano orizzonti

    MASSIMO PITTELLA, Distanze che disegnano orizzonti

    Massimo Pittella è nato a Milano, dove lavora come consulente nelle tecnologie della comunicazione in rete. Dopo il coinvolgimento in progetti sperimentali di intelligenza artificiale e la pubblicazione di testi matematici, ha ricoperto ruoli di spicco in note multinazionali del software. Oltre che in scienze dell’informazione, ha seguito studi di psicologia e di filosofia, esplorando successivamente l’ambito delle scienze di frontiera. Conduce da anni una sua personale ricerca sugli incroci tra scienza, pratiche filosofiche e tradizioni sapienziali. E’ presente in Facebook.

    BIANCA PIETRINI e FABRIZIO RAGGI, Lucifero dinamica divina

    BIANCA PIETRINI e FABRIZIO RAGGI, Lucifero dinamica divina

    INDICE DEL SAGGIO:
    Lucifero: l’angelo messaggero di Dio
    Lucifero: la dinamica evolutiva di Dio
    L’attuazione dell’opera di Lucifero quale messaggero della dinamica divina

    Bianca Pietrini da sempre segue il percorso che l’essere fa di sé e, unitamente a Silvia Montefoschi, lavora alla realizzazione completa dell’Uno come unico vivente. Nel 2003 collabora con Fabrizio Raggi alla lettura psicoanalitica de Il Mnemonista. Nel 2009 autrice con Silvia Montefoschi e Fabrizio Raggi del volume Il manifestarsi dell’essere in Silvia Montefoschi. Vive e lavora a La Spezia.
    Fabrizio Raggi, medico e psichiatra, da sempre segue il percorso che l’essere fa di sé e, unitamente a Silvia Montefoschi, lavora alla realizzazione completa dell’Uno come unico vivente. Nel 2003 collabora con Bianca Pietrini alla lettura psicoanalitica de Il Mnemonista. Nel 2008 pubblica Al di là del bene e del male: la logica unitaria. Nel 2009 autore con Silvia Montefoschi e Bianca Pietrini del volume Il manifestarsi dell’essere in Silvia Montefoschi. Vive e lavora a La Spezia.

    FRANCESCO PAZIENZA, Angeli dell’Europa

    FRANCESCO PAZIENZA, Angeli dell’Europa

    INDICE DEL SAGGIO:
    Introibo ad altare Dei!
    Avvicinamento
    E soprattutto, perché leggo Rudolf Steiner?
    Considerazioni in margine alla conferenza di Rudolf Steiner “Che cosa fa l’angelo nel nostro corpo astrale?”
    Passeggiata notturna nella selva oscura della mia libreria
    Angelus novus
    Angeli orrifici
    L’angelo necessario

    Francesco Pazienza, psicanalista a Milano dal 1980 (personale freudiana in età giovanile e didattica lacaniana), fin dai primi anni ‘80 compie una ricerca personale che lo conduce a incontrare e praticare lo yoga e la meditazione buddhista sotto la guida di Corrado Pensa. Approfondisce la sua formazione integrando attraverso Hillman elementi di psicologia del profondo di indirizzo junghiano (Circolo della via Podgora a Milano). Nei primi anni ‘90 incontra l’Antroposofia, l’opera di Rudolf Steiner, collabora con medici e terapeuti antroposofici e insegna un settennio nel liceo “R. Steiner” di Milano (cattedra di religione). Insegna Biografia umana nei seminari pedagogici steineriani di Milano e Sagrado. È membro del SABOF (Società per l’Analisi Biografica a Orientamento Filosofico). Redattore del blog http://www.nellacurvadeltempo.it. E’ presente su Facebook.

    MARIA LUISA MASTRANTONI, Michele e Lucifero. Cosa avranno ancora quei due da dirsi?

    MARIA LUISA MASTRANTONI, Michele e Lucifero. Cosa avranno ancora quei due da dirsi?

    Maria Luisa Mastrantoni fonda a Milano nel 1999 la casa editriceZephyro Edizioni. In precedenza ha pubblicato nel 1997 come coautrice il saggio Il sogno della donna di pietra e nel 1998 il racconto psicologico Ciao ciao Dolly. Storia di un clone in crisi di identità. Dal 1992 a oggi collabora con Baldo Lami ai seminari di “Fare Anima” a Milano e a Brescia.

    PAOLA MARZOLI, L’angelo dell’Annunciazione

    PAOLA MARZOLI, L’angelo dell’Annunciazione

    INDICE DEL SAGGIO:
    Premessa
    Approssimazione
    Evento
    L’annuncio a Maria
    Postfazione
    Coscienza individuale

    Paola Marzoli, psicoanalista dal 1983, di formazione junghiana montefoschiana. Collabora dai primi anni ‘90 con il CEPEI (Centro di Psicologia Evolutiva Intersoggettiva). Insieme agli altri soci del CEPEI ha tenuto seminari di formazione e ha pubblicato come coautrice nel 2008 Dialoghi con il sogno. Incontri diurni e notturni con l’inconscio. Pittrice, dal 1975 ha tenuto mostre personali in Italia e all’estero.

    angelicamente, a cura di Baldo Lami, Zephyro edizioni, 2010 « angelicamente.

    MASSIMO MARASCO, Angeli e custodi

    MASSIMO MARASCO, Angeli e custodi

    Massimo Marasco è nato a La Spezia nel 1955. Si è laureato in Chimica a Pisa e dal 1980 vive a Milano, dove lavora come specialista informatico. Dal 1995 ha intrapreso un percorso psicoanalitico con Silvia Montefoschi, che dura tutt’ora. Nel 2002 ha pubblicato il breve saggio Oltre il sado-masochismo e nel 2003 ha pubblicato il romanzo L’annuncio. Il mito del popolo nuovo. Con Silvia Montefoschi ha collaborato alla stesura di alcuni saggi tra cui, ultimo in ordine di tempo, Oltre l’omega nel 2006.

    BALDO LAMI, La missione disconosciuta degli angeli emotigeni

    BALDO LAMI, La missione disconosciuta degli angeli emotigeni

    INDICE DEL SAGGIO:
    La traccia e il sogno
    Breve storia del lemma
    La biga alata e l’inizio del dualismo
    La scienza del cavallo nero
    Le emozioni di Freud e Jung
    Bion, Matte Blanco, Montefoschi e la riproposizione del sentire
    Il dialogo con le figure oniriche
    Il daimon o l’angelo caduto
    L’angelo ferito e gli avversari della missione angelica
    L’emozione come transfert gemellare angelo-daimon
    Un caso di propagazione angelica
    Il destino delle emozioni e dell’uomo

    Baldo Lami, psicologo e psicoterapeuta di formazione psicoanalitica e psicosomatica, poeta e autore della raccolta di versi Le ali rotonde (1990), fonda a Milano l’Associazione Culturale di Promozione Sociale “Fare Anima” (1992), per la promozione di una cultura simbolica e della psiche, realizzando con Maria Luisa Mastrantoni diversi seminari didattico-esperienziali sui grandi temi della vita. Suoi articoli su L’Immaginale e riviste online. Suoi libri Il sogno della donna di pietra. Percorsi di psicoanalisi contemplativa (1997), Psicopatia e pensiero del cuore. Analisi di un concetto chiave di comprensione del nostro tempo (2006). Baldo Lami è anche il curatore dell’opera. E’ presente su Facebook.

    CLAUDIO GREGORAT, L’influenza dell’angelo sull’anima umana

    CLAUDIO GREGORAT, L’influenza dell’angelo sull’anima umana

    Claudio Gregorat nato a Chiopris-Viscone (Ud) nel 1923. Musicista compositore con 170 titoli di opere dallo strumento solista alla grande orchestra. Scrittoresaggista su vari argomenti secondo la prospettiva antroposofica. Libri: La musica come mistero del suono, L’anima della musica, Origine ed evoluzione degli strumentimusicali, La musica come terapia, Processi di pensiero, Evoluzione dell’intelligenza, Itinerari della coscienza pensante, Il confronto col Male, Convivere con la paura, Piccola storia dell’architettura, Saggi sull’arte figurativa, La presenza del Cristo Eterico, ed altri 20 titoli. Inoltre vari saggi ed articoli su temi di attualità pensati nella loro specifica essenza.

    PIETRO GENTILI, La mistica del colore. Gli angeli di luce rossa, di luce gialla e di luce blu

    PIETRO GENTILI, La mistica del colore. Gli angeli di luce rossa, di luce gialla e di luce blu

    INDICE DEL SAGGIO:
    L’angelo di luce rossa. Il colore del fuoco.
    L’angelo di luce gialla. Il colore dell’aria.
    L’angelo di luce blu. Il colore dell’acqua.

    Pietro Gentili (San Vito Romano 1932-2008), artista e pittore cosmico. Le arti figurative sono sempre state la sua passione (ne sono prova le sue grandissime tele piene di luce lunare, gioco di specchi e colori) da dove traspare un amore viscerale per l’universo e l’infinito, a cui negli anni si è affiancata quella per la ricerca mistico-esoterica dell’astrologia che ha improntato tutta la sua ultima produzione artistica. Ha pubblicato otto saggi tra cui Supernatura, La Semina del Cuore, Astrologia scienza dello Spirito, La dualità del Sole e della Luna, Le dimore del cielo senza stelle ed ultimo in ordine di tempo Una Vita e un’Arte del 2003, oltre a numerosi articoli su riviste di settore. Le sue opere sono state esposte in numerose gallerie d’arte e sono tutt’ora presenti in diversi musei e pinacoteche italiane ed estere. In sua memoria è stato realizzato il sito http://www.pietrogentili.com. Egli è l’autore dell’opera Arcangelo imporporato, di cui in copertina è riprodotto un particolare dell’ala.

    PAOLO FERRARIO, Il Genius loci come angelo del luogo, in Angelicamente, a cura di Baldo Lami, Zephyro edizioni, 2011, p. 45-57

    PAOLO FERRARIO, Il Genius loci come angelo del luogo

    pubblicato in Angelicamente, a cura di Baldo Lami, Zephyro edizioni, 2011

    INDICE DEL SAGGIO:
    1. L’evento
    2. Relazioni fra gli angeli e gli uomini
    3. Il Genius loci
    4. I luoghi concreti
    5. Gli elementi dei luoghi
    6. Ritorno a casa

    Presentazione, 28 novembre 2010:

    Bibliografia:

    BIBLIOGRAFIA

    Amman R., Il giardino come spazio interiore, Bollati Boringhieri, Torino 2008

    Bachelard G., La terra e il riposo, le immagini della intimità (1948), Red Edizioni, Como 1994

    Benjamin W., Il viaggiatore solitario e il flâneur, Il Nuovo Melangolo, Genova 1988

    Berger P. L., Il brusio degli angeli, Il Mulino, Bologna 1969

    Bevilacqua F., Genius Loci. Il dio dei luoghi perduti, Rubbettino, Catanzaro 2010

    Calvino I., Lezioni americane, Mondadori, Milano 2000

    Demetrio D., Filosofia del camminare. Esercizi di meditazione mediterranea, Raffaello Cortina, Milano 2005

    Demetrio D., Ascetismo metropolitano. L’inquieta religiosità dei non credenti, Ponte alle Grazie, Firenze 2009

    Galli M., Edgar Reitz, Il Castoro Cinema, Milano 2006

    Guardini R., Rainer Maria Rilke: le Elegie duinesi come interpretazione dell’esistenza (1953), Morcelliana, Brescia 1974

    Hillman J., Il piacere di pensare, conversazione con Silvia Ronchey, Rizzoli, Milano 2001

    Hillman J., L’anima dei luoghi, conversazioni con Carlo Truppi, Rizzoli, Milano 2004

    Jonas H, Memorie. Conversazioni con Rachel Salamander, Il Melangolo, Genova 2009

    Michael J., Il giardino allo specchio. Percorsi tra pittura, cinema e fotografia, Bollati Boringhieri, Torino 2009

    Moore T., L’incanto quotidiano, Sonzogno, Milano 1997

    Peregalli R., I luoghi e la polvere. Sulla bellezza dell’imperfezione, Bompiani, Milano 2010

    Rilke R.M., Elegie Duinesi, (1922), Le Lettere, Scandicci 1992

    Stevens W., L’angelo necessario, SE/ES, Milano 2000

    Wenders W., Stanotte vorrei parlare con l’angelo. Scritti 1968-1988, Ubulibri, Milano 1988

    Paolo Ferrario è sociologo ed è stato docente universitario a contratto alla Università Ca’ Foscari di Venezia e alla Università di Milano Bicocca.

    Attraversa il suo Destino nell’ultimo tratto di vita tra partecipazione alla Polis e  alla necessità esistenziale di ancorarsi in un Luogo, che si è concretizzato a Coatesa sul Lario.

    Ha scritto solo libri di saggistica nel campo delle politiche sociali applicate ai servizi e questa è la sua prima escursione nella ricerca simbolica.

    Nel diario reticolare  Tracce e sentieri. Luogo Tempo Eros Polis Destino si trovano altri segni del suo percorso individuativo.

     


    VEDI ANCHE

    28 pensieri su: PAOLO FERRARIO, Il Genius loci come angelo del luogo, in Angelicamente, a cura di Baldo Lami, Zephyro edizioni, p. 45-57

     

    “GENIUS LOCI”, per rappresentare l’essenza, l’anima, la forza di un luogo, in Paolo Ferrario, Il Genius Loci come angelo del luogo, in Angelicamente, il senso dell’angelo nel nostro tempo, a cura di Baldo Lami, Zephyro Edizioni, 2010, p. 45-57

     

    Baldo Lami, Elena Briante, Paolo Ferrario, Francesco Pazienza, Claudia Reghenzi parlano di ANGELICAMENTE, Zephyro edizioni 28 novembre 2010

     

     

     

     

    GABRIELE DE RITIS, Essere angelo per qualcuno. Empatia e kairós nella relazione d’aiuto

    GABRIELE DE RITIS, Essere angelo per qualcuno. Empatia e kairós nella relazione d’aiuto

    INDICE DEL SAGGIO:
    Il brusio degli angeli
    In cammino verso l’altro. camminare insieme.
    Angelo e Daimon
    Empatia e Kairós

    Gabriele De Ritis si è laureato in Filosofia nel 1972 con una tesi sui rapporti tra Filosofia e Psichiatria, segnatamente sull’influenza esercitata dal pensiero di Sartre sull’antipsichiatria di Ronald Laing e David Cooper. Successivamente si è occupato di Etica e di Estetica, di cui si è avvalso per l’insegnamento delle Lettere italiane e latine nei trentacinque anni trascorsi nei Licei. Da venti anni è impegnato nell’attività di Educatore in unCentro di ascolto per ragazzi tossicodipendenti e per le loro famiglie. E’ presente suFacebook. Da anni cura un suo sito personale.

    ELIANA BRIANTE, Gli angeli nella Bibbia e nella Riforma

    ELIANA BRIANTE, Gli angeli nella Bibbia e nella Riforma

    INDICE DEL SAGGIO:
    1. La funzione degli angeli
    2. Gli angeli nella bibbia
    a. Nell’Antico Testamento
    a.1. Le querce di Mamre
    a.2. L’asina di Balaam
    a.3. Chiamata di Isaia
    b. Nel Nuovo Testamento
    b.1. L’Apostolo Paolo e gli angeli
    b.2. Apocalisse
    3. Gli angeli nella riforma protestante del Cinquecento
    a. Martin Lutero
    b. Giovanni Calvino
    c. Karl Barth
    4. Noi e gli angeli

    Eliana Briante nata a Pachino (SR), ha studiato a Roma alla Facoltà Valdese di Teologia e a Monaco di Baviera. Pastora della Chiesa Evangelica Valdese(Unione delle Chiese Evangeliche Valdesi e Metodiste), ha prestato servizio in Italia e in Germania. Dal 2000 al 2005 è stata direttrice del Servizio Cristiano di Riesi (CL), istituto diaconale della Chiesa Valdese, comprendente Scuola dell’Infanzia e Primaria, Consultorio Familiare, Centro Agricolo Biologico, Casa per ferie, Centro internazionale di Studi sull’Architettura. Dal 2005 è pastora della Chiesa Evangelica Metodista di Milano. È sposata e ha due figli.

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